giovedì 11 agosto 2011

Lo straniero



Nei sogni lo straniero mi parla
sono straniero a me stesso.

Quanto sono tollerante io
rispetto alla parte di me
che mi pare straniera?

Il confine è necessario
per non impazzire.

Un territorio
che non riconosco più.

Ho paura.

La malattia si produce
quando il confine si disperde
e tra me e me
prende sopravvento il caos.

Forma e sostanza
verità e menzogna sono la stessa cosa
e non ha più senso la vergogna
non c'è concezione del mondo.

Lo straniero continua a parlarmi da lontano
e sempre più lo vedo da vicino.

(Giovanni Prati )

Copyright 2011 – da “ Dalla parte del torto” Giovanni Prati



Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi diro' che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri.

(Don Milani)

domenica 12 giugno 2011

Il matto




Cos’altro poter chiedere
se nulla c’è da domandare

Facile è perdersi
dentro il niente,
chiudendo gli occhi
raccogliere la testa tra le mani

Beati gli ultimi
perché saranno i primi

Forse mai!

Illusione
rincorrere la vita,
lì a portata di mano
sempre un metro davanti a te

Catturare una stella
schiacciarla tra le dita,
aprire la mano
e accorgersi
che lei non brilla più

E’ buio,
dietro il vetro
un altro pazzo,
quel sorriso alla finestra,
mi guarda
di me non si ricorda più

( Giovanni Prati)

Copyright 2004 – da “ Forse un giorno, non molto lontano…” Giovanni Prati



“ Mi manca quella puzza che i matti si trascinano dietro, quella loro noncuranza che li rende talora ridicoli, fuori di ogni moda, al di sopra dello stesso bisogno di indossare un indumento. E’ come se avessero capito la vita e si fossero spaventati. Meglio credere di capire e persino credere di credere. Importante è cercare il senso dell’uomo e non trovarlo mai.”

( Vittorino Andreoli – Cronaca dei sentimenti- Bur )


“ Io volevo esser solo in un modo affatto insolito, nuovo. Tutt’al contrario di quel che pensate voi: cioè senza me e appunto con un estraneo attorno.
Vi sembra già questo un primo segno di pazzia?
Forse perché non riflettete bene.
Poteva già essere in me la pazzia, non nego; ma vi prego di credere che l’unico modo d’esser soli veramente è questo che vi dico.
La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, e soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignorate, così che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un’incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l’intimità stessa della vostra coscienza. “

( Luigi Pirandello – Uno, nessuno e centomila)


Dove sta di casa la follia?

Nell’uomo di certo ha trovato dimora, la follia dei sani, dei “giusti”, di coloro che hanno sempre una risposta a tutto, a tutti.

Il matto difficile da capire, incomprensibile per la ragione.

Pazzo era persino Galileo Galilei, matti ancor di più gli altri, che non si accorgevano di ciò che lui vedeva.

La solitudine e la pazzia, un binomio indissolubile.
Un matto è sempre solo.
Un uomo sano è sempre in compagnia di altri matti.

Chissà se prima o poi saranno veramente i primi…, ora che sono gli ultimi.

Forse un giorno, dietro quella finestra, su quel viso scenderà una lacrima,
noi ci gireremo, lo guarderemo, accenneremo un sorriso, poi non lo ricorderemo più.


( Un pensiero di Giovanni Prati)

domenica 29 maggio 2011

IL faro



E così tutto passa
e tutto resta
come in una vecchia pellicola
di un film

Lo so
a volte mi incanto
a guardare il mare d’inverno

Andare lontano
per molto tempo
per ricordare come si era

Una tenda
rimossa dal vento
dietro una finestra
sempre aperta

Cocci d’anfora
seppelliti nella mia vita
mi hanno accompagnato
sino qui

Continuo a giocare con me stesso
a fare capolino
dietro il faro

Mentre tutto passa
e tutto resta

(Giovanni Prati)

Copyright 2005 – da “ gli uni e gli altri ” Giovanni Prati


“ Resterò seduto qui, al tuo fianco, finché rimarrai di fronte a questo fiume. E se te ne andrai a dormire, io dormirò davanti alla casa dove vivi. E se tu partirai, io seguirò i tuoi passi. Fino a quando non mi dirai: ’ Và via ’. Solo allora me ne andrò. Ma ti amerò per il resto della vita.

A un certo punto ho deciso di fare un giro per il bosco, tra le piccole cascate, tra quei pendii pieni di storie e di significati. Quando è giunto il tramonto, sono tornata dove lo avevo lasciato.
- Grazie - ha detto, nel restituirmi le pagine. -E perdonami -
Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto.”

(Paulo Coelho – Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto- Mondolibri)


Il mare d’inverno…

L’immagine di uno spazio senza confini, distante dai rumori dei bagnanti, dal caos delle auto, invaso solo dagli stridii dei gabbiani.

Un mare grigio che si confonde con un cielo velato.

Il faro, era un tempo l’unica salvezza, la sola speranza di tanti marinai, un punto di riferimento, quasi ad incoraggiarli a raggiungere la meta.

Col passare del tempo, il faro ha spento le sue luci, restando la sola meta di quei pochi ragazzini che continuano a giocare a capolino.

Chissà se qualcuno racconterà loro, tutte le storie di cui è stato partecipe quel faro.

I bambini dovrebbero andare al mare d’inverno e, al tramonto, fermarsi a riposare su uno scoglio, dietro il faro.

Il mare d’inverno …,al tramonto sono tornato dove lo avevo lasciato. Il guardiano era ancora lì, dietro il faro, mi sono avvicinato e nell’abbracciarlo gli ho detto
- grazie - Mentre tutto passa, tutto resta…

(Un pensiero di Giovanni Prati)





domenica 8 maggio 2011

Le caldarroste di “Chopin”



La rostidora,
le mani infreddolite,
quando si distraeva
per noi era una scorpacciata,
che mal di pancia alla sera!

Venite ragazzi a scaldarvi
le mani qua sopra,
guai a voi se me li ciuffate
ho già qui pronta la scopa


Son caldi son boni
sono marroni !


La nebbia , il freddo
con quella miseria che c’era
in tasca quei caldi marroni
scaldavano tutte le gambe
ci sentivamo dei veri padroni

Il profumo delle caldarroste
è stato messo in pensione,
per far quel mestiere
ci voleva tanta passione

Ogni tanto sotto i portici
ritorna qualcuno
ma per il freddo , ora,
non si ferma nessuno

A volte d’inverno
lo continuo a cercare,
nascosto tra la nebbia
lo sento ancora chiamare:

ragazzi venite a scaldarvi dal vostro Chopin
sentite che musica
questi marroni,
son caldi son boni,
cioccano,
del foco lor sono i padroni…


(Giovanni Prati)
Copyright 2005 – da “ gli uni e gli altri ” Giovanni Prati


“ riesco a raffigurare nella mia mente l’immagine del mondo nelle epoche passate, e mi affascina il pensiero di quello che gli uomini vissuti prima di noi hanno potuto sentire nei loro cuori…”

(Wayne W. Dyer-La Saggezza dei tempi- Bur)


“Quando sarai morto, cerca il tuo riposo non nella terra, ma nel cuore degli uomini “

(Rumi)

La storia degli uomini…
di coloro che abbiamo incontrato nel nostro cammino, non può far altro che affascinare la nostra vita.
Basterebbe ogni tanto fermarsi e ricordare quelle persone più semplici dalle quali il più delle volte abbiamo avuto gli insegnamenti più importanti.
I vecchi mestieri portati in strada avevano un sapore diverso,insegnavano ai ragazzi
che qualunque lavoro, anche il più umile, doveva essere svolto con passione.
Solo così si poteva trasformare una semplice castagna in una profumata caldarrosta.
All’angolo della strada, ora, hanno messo l’ingresso di una galleria,
quando passo, lì accanto, sento ancora la musica di Chopin, con la sua allegria,
mi giro, solo facce tristi in fila davanti ad una profumeria.

(Un pensiero di Giovanni Prati)

domenica 1 maggio 2011

La lettera



Col cuore a pezzi
giro tra queste stanze
abbandonato al mio dolore

Riguardo queste foto
che non ho mai ordinato

Chissà dove sei, con chi sei

Oltre quel muro
non c’è alcun giardino
rimorsi, che non mi danno scampo
le giornate sempre nello stesso modo
dalle quali più volte ho cercato di fuggire,
ma invano

La lettera che mi hai lasciato
e quel saluto che ti sei portato via

Questa mia anima
non potrà mai più trovare compagnia
non ho lasciato al tempo il suo momento
ed ho permesso che ti portasse via

Non so se avrò quell’ attimo
se un istante ancora mi concederai
per poterti riabbracciare
e chiederti perdono,
figlio mio,
com'è giusto sia,
come non ho fatto mai

( Giovanni Prati)

Copyright 2004 – da “ Forse un giorno, non molto lontano…” Giovanni Prati


A volte si ha quasi la sensazione che alcuni genitori vogliano acquistare l’affetto dei propri figli o farsi perdonare col denaro il peso dell’assenza. E’ chiaro che si tratta di una scelta quanto mai infelice, inutile e spesso controproducente.

Ma alla luce di simili comportamenti sta un rapporto malato tra l’adulto e il denaro. Al contrario è compito dei genitori far capire ai figli il valore dei soldi e quando i ragazzi sono al cospetto di altri più ricchi bisogna spiegare la diversità e il sottile confine che divide una sana ambizione di miglioramento da una corrosiva invidia di simulazione.

Il grande pericolo del denaro è che ci porta a pensare che noi siamo i soldi che abbiamo.

Gianna Schelotto – Raffaele Morelli – Uno sconosciuto in casa- Riza -dossier

Non voglio più sentirli. Sono forti, ruvidi e invadenti, e ti possono aggredire in ogni momento. Sono i rimorsi, che competono e litigano tra loro, mentre io ho l’amara consapevolezza che il vincitore mi annienterà. Ne sono succube, ma la vera gara è tra loro.

Comparsa nella vita e regista di me stessa, osservo quegli attori emergenti e solo a me noti, che altro non sono se non i miei pentimenti.

Stanno gridando, qualcuno li faccia smettere. Una volta sopraggiunta la debolezza, non potrò più combattere e prenderanno il sopravvento.

A quel punto sarò costretta a interrompere le riprese ed il film non avrà mai un finale.

Io, però, conosco quel finale, ed il suo avvento è certo come una sola cosa al mondo, l’unica e indiscutibile.

Nessun articolo sul giornale, per quella regista che, ignara, ha scelto con cura i protagonisti che l’hanno finita.

Ora si stanno picchiando. Non ho mai autorizzato questa scena, squallido confronto tra amore ed impotenza, e odio questo dualismo sempre presente in cui il più puro dei sentimenti fa a pugni col più subdolo degli egoismi.

Come quando l’afa ti soffoca ed il troppo caldo ti spossa al punto da non farti più reagire, così, come presa da vertigini, non riesco a premiare il campione, quello che dovrebbe vincere secondo giustizia naturale.

Ogni volta ci ricado e passo da forte guida ad arbitro imparziale, e non vorrei dover essere così versatile nei mestieri della vita, quella reale, fatta di giornate ben più lunghe di otto ore ed emozioni ben più intense del fallimento di un film.

Non vorrei, eppure un giorno dovrò anche recitare il ruolo di ospite d’onore alla triste cerimonia e consegnare la medaglia al vincitore, a chi, uccidendo l’avversario, colpirà anche me. Dovrò, fra applausi e sguardi indiscreti, tagliare il nastro, non per inaugurare, ma per saldare il conto.

Ma allora, dopo aver commemorato la fine, finalmente sola, griderò io.

E quando, dopo molti anni, avrò svuotato le tasche anche dell’ultima lacrima, sarà giunto il momento di proseguire, e magari di improvvisarmi scrittrice.

Ne usciranno versi di bambina, per purificare e respirare quell’aria ormai pesante, per concedermi nuovamente momenti di abbandono al pianto, liberatorio, di chi è lontano dalla folla, restituito a nuova vita.

Gridano ancora. Anche lontana, isolata nella mia casa di campagna, riesco ugualmente a sentirli.

Come farli smettere?

Se tutto ha un prezzo chiederei all’ignoranza quanto, quanto poter dare per farli uccidere. Non c’è sicario in grado di farlo.

Ma come hanno fatto a trovarmi? Fateli smettere, ho bisogno di silenzio. E’ il solo silenzio che vorrei, quello che non si può comprare né trovare in nessun luogo, neanche il più remoto. E’ una quiete serena, è la quiete della coscienza.

C’è un solo grande silenzio, purtroppo, e quello si può anche comprare.

( Il rimorso ) – una cara amica – una grande poetessa

Da piccoli pronunciavamo spesso una frase ( …) dopo un semplice litigio, o quando facevamo in qualche modo inquietare i nostri genitori.

E tutte le cose andavano a posto da sole.

Poi col crescere abbiamo perso anche questa “umana “ abitudine. E dei nostri conflitti, delle nostre incomprensioni ne abbiamo fatto un’arma invincibile , di “ guerra “ che non risparmia nessuno.

Un padre che si trova abbandonato dal figlio che a sua volta era stato abbandonato dal padre.

Una lettera senza alcun saluto

Un genitore che si rende conto, solo ora, di averlo perduto.

Non trova più conforto nel lavoro , ed anche il vile denaro per il quale aveva lavorato tutta una vita , altro ora non è che quelle trenta monete pagate a un “giuda”.

Sente di aver tradito i suoi affetti, e si abbandona nel dolore, nel rimorso

Ma cos’è il rimorso?

Ci sono ancora persone che hanno dei rimorsi ?

Non devi fare così, altrimenti…

E no! Io lo faccio lo stesso!

Ed ecco l’emergere del nostro senso di colpa, abbiamo fatto qualcosa che , almeno agli occhi degli altri, non dovevamo fare. Come rimediare? Come vivere ciò che è accaduto con il cuore sereno? E così ci rimuginiamo sopra, cerchiamo soluzioni a fatti del passato, ricostruiamo e riadattiamo a noi gli eventi prima e dopo ,sui quali costruiamo il nostro dolore.

Maledetto idiota che sono stato ,continuo a dire.

La vita non è bella e breve , ma è lunga ,infinitamente lunga e difficile. Lo sconforto prende il sopravvento. La colpa. La vergogna di noi stessi, a tal punto da considerare questa , una vita di “ merda”. Non siamo più degni e meritevoli neanche di guardarci allo specchio e vorremmo porre un rimedio , una fine a tutto.

E così noi stessi diventiamo il regista del nostro film , della nostra vita, un film nel quale siamo anche comparse, attori di primo piano, pubblico e aiutanti dietro le quinte , vittime consapevoli e carnefici .

Quando poi queste cose capitano in famiglia allora ci si sente infinitamente ancora più vuoti dentro, l’orgoglio che prima aveva preso il sopravvento comincia a sgretolarsi, e dietro al quel muro di casa non c’è più quel giardino, dove un tempo i nostri figli crescevano come fiori. Abbiamo smesso di parlarci, torniamo a casa stanchi dal lavoro, dopo una giornata piena di conflitti, facciamo i conti e vediamo che manca sempre più di un giorno per arrivare a questo fine mese ; accendiamo la televisione , e li vediamo … sono tutti lì, belli , spensierati, ad inventarsi falsi miti e stupidi problemi.

Infine è già tardi e anche oggi un’altra giornata se ne è andata via, mentre nostro figlio era lì che aspettava un nostro gesto, anche solo una semplice partita a carte, come si faceva un tempo in campagnia, prima di andare a coricarsi, si brindava al giorno che era andato via, e si affrontava quello dopo , tutti insieme, con una gran forza , uniti e con quel giusto spirito d’allegria.

Ma quando è cominciato questo film che non ha più fine?

I nostri rimorsi!

Va da sé che la nostra mente si sofferma su quell’unico pensiero che continua ad assillarci : come farli smettere?

C’è chi dice che questo finirà solo quando si sarà imparata la lezione, altri dicono che non finirà mai, altri ancora dicono che c’è un solo modo, quello di comprare il silenzio.

La nostra grande stupidità non sta nell’aver fatto degli errori, ma nel continuare a “ volerli” fare.

Fermati. Spegni la luce. Guardati dentro.

Arrenditi!

Sai che puoi essere migliore.

Prova a fare la cosa più importante di questa vita : impara ad amare, ma ancor più impara a farti amare, e vedrai che loro non saranno più lì con te, ma soprattutto non dimenticare quella frase che un tempo dicevamo da bambini…

Facciamo pace !

Facciamola ora ,prima che il rimorso con il suo silenzio, possa comprarsela e se la porti via.

Un pensiero di Giovanni Prati

L'altalena




Mi parlò
in silenzio
guardandomi negli occhi

Mi abbracciò
con tanta tenerezza
quasi a volermi
incoraggiare alla vita

Un’altalena
tesa tra due alberi
in una fredda giornata d’inverno
coperta di neve,
invitava al gioco

Sono passato
accanto a quella vecchia casa
ho attraversato quella piazza
ora più deserta che mai,
anche la campana della chiesa
ha smesso di suonare

E’ domenica

Un vecchio
con passo lento
si avvia
ad ascoltare il parroco
e la sua omelia
accompagnato da un gatto randagio
che si ferma sui gradini della chiesa
non entra
è troppo furbo
un calcio
ed un insulto
lo costringerebbero ad andare via

C’è anche Lulù
bella più che mai
una signora d’altri tempi
porta sempre i guanti bianchi
non se li toglie mai

Ecco, Astolfo
ha con sé la sua gallina
qui lo sanno tutti
è un poco matto
è la mascotte
di questo piccolo paese,
ogni tanto dice:
“Mi fai veder dal buco,
quella donna
con quel gran sedere?”

Immagini di un mondo
ormai in vetrina
qualche foto
lì appesa,
un invito a ricordare

Un altro inverno sta per arrivare
ho legato l’altalena
così che il vento
non la faccia dondolare

(Giovanni Prati)

Copyright 2005 – da “ gli uni e gli altri ” Giovanni Prati

“L’inverno aveva raffreddato ogni cosa e mi sentivo tremendamente inquieto,Esther mi mancava ogni ora, come e più di un’amica.

Ma cosa occorre alla gente per sentirsi viva, cosa ne comanda i ritmi e i percorsi del sangue, dentro queste vecchie strade del corpo già logore, nell’ipocrisia della carne, per sfruttare sino in fondo ogni attimo?


-Che sciocco che sei, nessuno mi vede, solo tu… sono io, toccami, sono venuta a cercarti, mi vuoi ancora bene?

-Certo che ti voglio bene, per sempre …vedi? Questo è il posto dove vengo per estraniarmi dal mondo. “

(Loris Biagi- Il vento va- Flashbook)

“ Il tempo che passa sottrae gli anni, gli amici, ma ti lascia i ricordi, le nostalgie, i rimpianti. Ciò che dovremmo temere di più non è l’incomprensione, ma l’oblio per tutto ciò che ci ha resi quello che siamo.

Forse il meglio della vita sta in quel piccolo spazio segreto dove abitano le illusioni. Esse si fanno avanti ogni volta che le piante dei giardini del mondo si spogliano.

Le foglie cadute, che il vento ha portato via, sono le illusioni svanite, quelle che rimangono adagiate sull’erba sono i nostri sogni.

Il mio giardino è sempre stato pieno di foglie.”

(Romano Battaglia- Con i tuoi occhi – Rizzoli)

Al centro di una piccola piazza…

Sono certo che la piazza racchiude i segreti di tutti, meravigliosa quella con a lato la piccola chiesetta col campanile, a fronte il bar del vecchio Gino, ancora con le sedie impagliate, allineate fuori, per permettere alle persone del luogo di ammirare quei pochi “stranieri”, arrivati lì perché si sono persi, le belle donne a passeggio la domenica, in attesa che il curato chiami tutti alla messa, con il suo batter di mani, perché la campana del paese è da tempo rotta e di soldi in sagrestia non ce ne sono più.

Un paese dove tutti si conoscono, si riconoscono…

Ognuno coi suoi difetti, con le proprie virtù.

C’è sempre in ogni piccolo paese , quello che tutti chiamano il “matto”, colui che tutti dicono aver perso il filo della ragione, sempre pronto a toccare il culo alle signore.

Poi arriva l’inverno e questi piccoli paesi si coprono di neve, che quasi mai viene spalata, se non all’ingresso del cancello di ogni casa, tanto da non sciogliersi prima della primavera inoltrata. Sono talmente belli da farne fotografie da appendere nelle vetrine delle nostre affollate città.

Qui ogni casa ha il suo giardino, ogni giardino ha il suo albero, quasi sempre con appesa un’altalena fatta da una tavolozza di legno e due robuste corde agganciate ai rami, per ricordare a tutti che da lì è passato un bambino.

In questo paese mi vorrei fermare, riuscirei ad attraversare la piazza ad occhi chiusi senza inciampare, saluterei Gino al bar, il curato fuori dalla chiesa, poi mi avvicinerei a quell’altalena che avevo legato quando me ne ero andato via, mi farei nuovamente dondolare da Astolfo, quel matto e dalla sua allegria.

Solo per un attimo, girerei la testa, e mi fermerei a pensare…

quale sia la scelta giusta: andare, oppure, restare?

Nel dubbio, prenderei in braccio la gallina e mi metterei a cantare, il mondo me lo butterei alle spalle, porterei con me solo pochi amici, quelle persone che a loro modo mi hanno voluto un po’ di bene, tutto il resto lo manderei a …

Ci siamo capiti…,al centro di una piccola piazza,
in questo posto dove vengo per estraniarmi dal mondo,
in questo piccolo spazio segreto dove abitano le illusioni,
almeno col pensiero lasciatemelo fare.

(Un pensiero di Giovanni Prati)

venerdì 22 aprile 2011

Uno alla volta




Lascia le cose così come stanno
non ti dannare per loro
sapranno come fare

C'è più spazio dall'altra parte
ove le parole acquistano
il loro vero senso
e non hanno più nome

Questa melodia
che con la mente ti porta lontano
quest'aria leggera
che profuma di gioia

Sembra tutto irreale
quasi da non credere

A poco a poco
mi sta lasciando anche questo mio male

Giovanni Prati
Copyright 2011 da "Silenzi e segreti " Giovanni Prati

domenica 17 aprile 2011

L' artista




La porta è sempre aperta
ma da qui non passa più nessuno
giro tra queste stanze, troppo grandi e vuote
ne chiudo una , ne apro un’altra
quasi a voler nascondere qualcuno.

Ma qui non c’è nessuno.

Accendo il lume
apro questa scatola di cartone
vecchia quanto me
tutti i miei ricordi sono qui racchiusi
foto con compagni e amici del teatro
piccoli pensieri ritrovati in camerino
quella sciarpa nella quale mi avvolgevo
prima della scena e che portavo con me ogni sera

La foto della mia dolce cameriera,
che mi truccava, mi vestiva, mi sopportava

Un tocco alla porta…
si incomincia , si entra in scena,
forza in fretta ; dai non far la scema!

Applausi , qualche fischio
là dal palco ogni sera.

Poi un giorno non si entra più in scena.

E’ già tardi ,
con la sciarpa intorno al collo
sono vestita e già pronta
ad aspettar quel tocco alla porta di qualcuno.

Ma da qui non passa più nessuno


(Giovanni Prati)

Copyright 2004 – da “ Forse un giorno, non molto lontano…” Giovanni Prati




La parola scritta deve diventare parola parlata

( Michail Cechov)

Ci saranno sempre uomini che faranno la differenza.

Tra questi uomini , metto anche gli artisti, quelli del teatro e del circo, dai saltimbanchi di piazza ai commedianti dell’arte e della prosa.

Entrare tutte le sere in scena, come se fosse la prima e l’ultima volta.

Una vita spesa per esplorare se stesso per poi divenire parte dell’altro.

Tristano Martinelli era Arlecchino, non la sua maschera, tanto da non poter più distinguere chi era l’uno e chi era l’altro.

Gli artisti di piazza , sempre sorridenti, allegri , pieni di vita, capaci di nascondere il loro dolore, ce ne sono sempre meno, e quei pochi il teatro li consuma, li ama, poi li acclama e si dimentica di loro.

Si chiudono anche i piccoli cinematografi, per farne delle multisale.

Un’economia del consumo , che ti porta via il piacere di un piccolo teatro di campagna.

Trovarsi da vecchi, col passare del tempo , come loro , e dover aspettare che qualcuno dia un tocco alla nostra porta , per trovare compagnia, qualche ricordo , un po’ d’affetto e una risata in allegria.

Ascoltiamo i nostri artisti, la loro parola parlata , ascoltiamo coloro che ci stanno vicini con la loro sciarpa avvolta attorno al collo, diamo spazio alle loro storie come loro le daranno alle nostre , altrimenti prima o poi da noi non passerà più nessuno.

Un pensiero di Giovanni Prati

sabato 19 marzo 2011

Un passo ancora, ancora uno



Un passo lento
uno dopo l’altro, a fatica

Un passo lento ancora
uno ancora, ancora uno

Le mie gambe non possono più giocare
avevo visto quel barattolo
e mi sono messo a calciare

Prova ancora , un passo ancora
uno ancora, ancora uno

Le mie gambe non possono più saltare
avevo visto quel barattolo
maledetto quel momento in cui ho cominciato a giocare

Prova ancora , uno ancora, ancora uno

Le mie gambe non possono più saltare, giocare, correre e calciare
avevo visto quel barattolo,
maledetto quel barattolo,
e chi l’ha messo lì
per farmelo calciare

Sono senza gambe
e nessuno me le potrà più ridare

Ancora un passo , uno ancora, ancora uno

C’è qualcuno che mi vuole bene
e mi aiuta per farmi camminare

Un passo ancora, dai ci siamo
ancora uno, uno ancora

Piano , piano,comincio ad arrancare
sì , sto in piedi
ma non potrò mai più saltare
certo inizio piano , piano ad avanzare
ma non potrò mai più volare
maledetto quel barattolo che ho iniziato a calciare

Mi piacerebbe tanto un giorno incontrare
colui che l’ha ideato
colui che l’ha pagato
colui che l’ha gettato

Ancora un passo
uno ancora, gli direi
poi le gambe me le toglierei
le prenderei in mano e gliele donerei

Ancora un passo
uno ancora, gli direi
adesso corri tu
che vediamo come sei

(Giovanni Prati)
Copyright 2004 – da “Forse un giorno, non molto lontano… “Giovanni Prati


“ Io non sono altro che un compagno di viaggio, e spesso non so neanche dove stiamo andando “

Sartre

“ A questo proposito ci avviciniamo verso un tempo nel quale, nonostante la nostra società tenda a raggiungere un target medio molto alto dal quale tantissimi restano emarginati, ci sono persone che, pur vivendo ad un certo livello, non possono assolutamente esprimersi, non hanno spazio per farlo. E questi sono “piccoli”, non hanno voce. E non c’è la sensibilità di ascoltarli.
Si deve riflettere su questi “piccoli “ che non contano, brava gente che tira la carretta, che sostiene la nazione e che, con la sua buona volontà e col suo impegno, permette ai potenti e ai trasgressivi di dedicarsi al “culto” di se stessi”


Massimo Ariati e Ilaria Negrini da “Questo nostro tempo- i martedì



“In una notte di temporale, un lupo e una capretta si rifugiano in una capanna abbandonata alle pendici di una collina.
Il temporale infuria, la pioggia scroscia e nella capanna il buio è totale…”

Yuichi Kimura - in una notte di temporale –( parabola)

“Avevo visto morire troppa gente in cinque anni per non immaginarmi facilmente anche la morte di Elzèard Bouffier, tanto più che, quando si ha vent’anni, si considerano le persone di cinquanta come dei vecchi a cui resta soltanto da morire. Non era morto. Era anzi in ottima forma. Aveva cambiato mestiere. Gli erano rimaste solo quattro pecore ma , in cambio, possedeva un centinaio di alveari. Si era sbarazzato delle bestie che mettevano in pericolo i suoi alberi. Perché, mi disse ( e lo constatai), non s’era per nulla curato della guerra. Aveva continuato imperturbabilmente a piantare. Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e , poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta.
Misurava , in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione “ .

Jean Giono –da L’uomo che piantava gli alberi - Salani

“ per me non è un gran momento professionale , ho avuto una serie di delusioni
( fiducie, mal riposte!) ed ora faccio fatica a reinserirmi nel contesto … Chissà , forse è il momento di cambiare strada… “

Una deliziosa e carissima amica , che ricordo con affetto

Io non sono altro che un compagno di viaggio, diceva Sartre, se ci pensiamo bene molte sono le persone che tutti i giorni , in silenzio, con modestia e spirito di sacrificio si dedicano agli altri , prima che a loro stessi.
Ho grande ammirazione per loro, ed anche quel tanto di invidia che mi porta il più delle volte a tentare di imitarli, nel mio piccolo , per quello che so e posso fare.
La guerra è l’argomento di oggi . La guerra vista attraverso gli occhi di un bambino, che incurante del pericolo, continuava a giocare con gli amici .
Maledetto quel barattolo, continua a dire , tutte le volte che a fatica tenta di
r-imparare a camminare, non più con le sue gambe, ma con due protesi artificiali.
Questo ragazzo ha accanto a sé una persona, qualcuno che gli vuole bene , che lo stimola, gli ridà fiducia, gli incute speranza.
E’ il suo grande compagno di viaggio , che lo incita e lo scuote, un passo ancora, dai ci siamo, ancora uno, uno ancora.
La nostra società, avvolta da futili menzogne, non è capace neanche di vedere la realtà delle cose, ma è sempre pronta ad idolatrare falsi idoli, e stupidi eroi.
La brava gente , quelle persone ricordate da Ariati, continuano ad esserci anche quando tutto sembrerebbe perso, sono loro che tirando la carretta, continuano a portare un po’ di luce in questo nostro strano mondo.
Anche gli animali di fronte al pericolo , in una notte di temporale riescono a trovare rifugio insieme, superando le necessità di vita che li porta a dover essere una volta preda ed una volta cacciatore.
Di fronte alle avversità della vita sanno di essere tutti uguali.
Noi esseri “superiori “ sappiamo che non è così.
Vi sarà capitato , di ritornare in un luogo dopo tanto tempo, e di averlo poi trovato cambiato o non cambiato per nulla.
Pensate ad esempio alla vostra infanzia , ai luoghi in cui giocavate con gli amici , il più delle volte fino a tarda sera… maledetto quel barattolo, maledetto quel momento in cui ho cominciato a giocare ; il vostro ricordo del tempo passato… il loro ricordo di un passato che rimarrà sempre presente, ma che ognuno di loro vorrebbe poter dimenticare.
Ci sono poi altre “ guerre” che ognuno di noi si trova a dover combattere tutti i giorni, senza l’uso delle armi, reagendo il più delle volte ai proiettili delle parole, e alla fiducia mal riposta .
Cara amica, non mollare, non rinunciare ad ottenere ciò che desideri solo perché gli altri hanno minato la tua strada, ancora un passo, ancora uno ,ti direi, non mollare e fai vedere a te stessa ciò che sei.

Un pensiero di Giovanni Prati

venerdì 18 marzo 2011

La sedia vuota



La sedia è vuota
il piccolo sipario si apre
le maschere entrano in scena
tutte uguali

La recita ha inizio
e il silenzio irrompe
tutte maschere uguali
tutte in scena
senza voce

La sedia è vuota
piano, piano
una ad una
le maschere scoprono il loro volto
tutte uguali
per tanti volti diversi

La sedia è vuota
e le maschere si guardano
negli occhi
mai prima d’ora
e solo ora

La sedia è vuota
tutte maschere uguali
per tanti volti diversi
per un unico Arlecchino
che oramai non recita più

Una maschera
una sedia vuota
e quell’ Arlecchino
che amavo
che dentro di me
non sento più

(Giovanni Prati)

Copyright 2004 – da “Forse un giorno non molto lontano …” Giovanni Prati


“ Ne Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni appare il gioco di Arlecchino che disperatamente cerca di servire due padroni per spegnere la sua fame universale. Sotto il gioco iridescente è sempre presente il mondo dei comici che recitano ogni sera con fatica il tema dei rapporti tra servi e padroni, tra chi può permettersi il gioco dei drammi d’amore e chi deve arrangiarsi come meglio può per arrivare al domani.”

di Paolo Bosisio


“La maschera impone un obbligo particolare non la si può toccare. Come la tocchi , calzata sul tuo viso, sparisce. La maschera appare contaminata, diventa un aggeggio ributtante. Il fatto di vedere le mani sopra la maschera è deleterio, insopportabile. Non te lo puoi permettere. Mentre parli, i gesti che compi appaiono amplificati. E’ il valore del corpo che determina il peso della maschera… Sotto , la mia faccia rimane impassibile, senza espressione, perché tutta l’espressione alla maschera la dà il corpo.”

Dario Fo da il Manuale Minimo dell’attore

Si dice che anche le maschere hanno una casa: qual è la vostra dimora?
Forse merita tenere conto che Arlecchino , nelle sue vesti goffe e balorde , è servo sulla scena come il più delle volte lo siamo tutti noi.
Sono sempre stato legato alla maschera di Arlecchino,forse perché è come tanti di noi uno zani o se preferite uno zanni o se preferite ancora un Giovanni o ancor più nel profondo un contadino.
E se questo contadino un bel giorno decidesse di lasciare la scena, a chi interesserebbe ?
Forse a nessuno “…tutte maschere uguali per tanti volti diversi…”
Si dice che ci sono tante maschere quanti sono i volti del sé .
Ognuno di noi ne porta sempre indosso almeno una, la porta di notte con sé nei sogni, al mattino quando si guarda allo specchio e stenta a riconoscersi, durante le ore del giorno, al lavoro e tra un caffé e l’altro. Non riesce a togliersela nemmeno quando si lava il viso. E’ la maschera di Arlecchino, … “ che oramai non recita più…”
quell’Arlecchino che ognuno di noi ha sempre amato e che oggi non sente più.

Un pensiero di Giovanni Prati

giovedì 24 febbraio 2011

Un uomo giusto



Non è facile trovare le parole
forse è giusto in certi momenti
rispettare il silenzio

Ora riposa ed è sereno
dopo tanta sofferenza
lottando fino all'ultimo
come un grande guerriero

Ci sono
persone brave
e
brave persone
alcune di queste
le racchiudono in sé entrambe
sono le persone giuste

Le ore sembrano infinite
e non passare
tanti piccoli attimi
vissuti intensamente
tra un grazie e un per piacere
ognuno dentro di sè lo porterà

Giovanni Prati
Copyrigh 2011 da "Silenzi e segreti " Giovanni Prati

sabato 29 gennaio 2011

Il barattolo di latta



Lasciatemi stare
non ho voglia di parlare

Andare avanti e non voltarsi indietro

Ancora un ultimo sguardo
per fermare bene quell'immagine

Povere vite
fatte di stracci e di tanti buoni propositi

Le persone si dovrebbero guardare più spesso allo specchio
e sputarsi in faccia
ma non lo fanno
presi dalla loro arroganza e superficialità

Si può muorire di noia
ma anche di gioia

Dovevano avere un motivo
Che cosa pretendevi?

Non abbiamo neanche un barattolo di latta,
lo sai cosa intendo
di certo tu hai capito

Quando arriva il momento
non possiamo mai fare niente

Copyright 2010 da " silenzi e segreti " di Giovanni Prati