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Pensieri miei e non miei
26 Agosto 2007
L’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso
La sola speranza non basta
il nostro destino segnato
quel muro presto sarà scavalcato
In quale girone dantesco
ora mi trovo?
In quale canto mi sono arenato?
Nella voragine dell’Inferno
in uno dei suoi nove cerchi
sempre più negli abissi,
nel Purgatorio, ove mi pento e spero
o infine nel Paradiso, ove risiede la pace?
Nell’infinita indifferenza
l’anima mia ricorda le sue passioni
e non trova una via d’uscita
Chi è il custode del mio corpo?
Qual’è il senso reale delle cose?
Restituire ciò che si è ricevuto
accogliere ciò che ci viene donato
Ma come posso dirlo?
Come posso nascondere
l’uomo che sono?
Nella mia vita
un profondo solco
è stato tracciato
Gli uomini
salgono e cadono
si lasciano dietro
solo ricordi
Un ventre di discordie
le streghe sono ancora tra noi
attorno a noi
se esiti ti colpiranno
Di nuovo il silenzio
le dimensioni del vuoto
di certo non capirete,
un vuoto buio
ove soffia un vento gentile
Non c’è più nessuno
non vedo più alcuno
mi tocco il viso
le labbra, gli occhi
ho ancora il mio corpo
accenno un sorriso
forse sarò in Paradiso
A distanza
una tenue luce compare
scruto nel vuoto, nel buio
quell’immagine non riesco a decifrare
Si avvicina sempre più
Ecco! Mi appare
Un’altra volta il buio
e quell’immagine scompare
Ho paura
ora davanti a me
cosa si potrà celare?
Da che parte mi dovrò voltare?
Nessuno che mi stia più ad ascoltare
L’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso
Avanti fate un passo!
Se così fosse…
conoscerei il mio destino
Qui
si tramandano le storie,
tutte le storie
Gli uomini e i loro sogni
le colpe terrene
e la stupidità
Essere e tempo
alla ricerca dell’assoluto
del gran segreto
davanti all’oscurità
Pagine scritte di un libro
cancellate col passare del tempo
dalla polvere
dall’umidità
La quiete dell’anima
che rende bella la vita
alla ricerca della felicità
a un passo dal nulla
dall’eternità
(Giovanni Prati)
Copyright 2007 – da “ Aldebaran” Giovanni Prati
C’è stato, c’è stato! Il passato ha avuto grandi momenti. Noi oggi lo chiamiamo Medioevo, ma era uno dei momenti più interessanti della nostra civiltà. L’uomo aveva un rapporto con il divino molto forte. Poi la scienza ha preso il sopravvento e ha preso il posto della religione. E la scienza è bravissima, la scienza contribuisce enormemente a rendere la nostra vita più comoda. Piove e ci mette un tetto sopra la testa, abbiamo fame e ci dà da mangiare. Ma che altro ci dà? Niente. Ci toglie il cielo, perché con la pretesa di essere tutto blocca ogni altra aspirazione.
Io non sono antimodernista o antiscientifico, ma di nuovo occorre trovare un equilibrio, cercare la Via di mezzo. C’è qualcosa in noi – il cuore, il sentimento dell’amore, l’intuito – che la scienza non prende in considerazione. Non vuole saperne dei sentimenti. Allora, vedi che questo lasciare che la voce del cuore ti parli nessuno lo fa più. Anzi, farlo è considerato un po’, insomma, da semplici.
…
L’uomo si illude di conoscere e certamente fa strada sulla via della conoscenza. Ma si rende conto che ogni volta che arriva al limite di ciò che è conosciuto, lo sconosciuto è immensamente più vasto di quello che lui conosce e che riuscirà mai a conoscere. Sarebbe bello allora accettare questo mistero, che c’è quello che non capita mai, e abbracciarlo. Compreso il mistero della morte.
Perché vedi, si muore dal momento che si nasce. Si è giovani e si pensa che la morte è degli altri. Ma se uno imparasse già da bambino che la morte è parte della vita, che tu puoi integrare la morte nella vita, allora la tua vita sarebbe più bella, perché conterebbe questo contrasto e questa dimensione. Mica devi morire! Campa fino a cent’anni, ma campa con la coscienza che la tua vita e la tua morte sono la stessa cosa.
Chi parla di morte? Oggi parlare di morte è un tabù come un tempo lo era parlare di sesso. Nell’Ottocento a tavola non si parlava di sesso. Oggi se ne parla a tavola, ma della morte non se ne vuole più sapere.
Vedi, tutto quello che ti dico ti porta a qualcosa che è il mio unico vero contributo, credo: guardare il mondo in un altro modo. Guardalo in un modo tuo, in un modo più sensibile. E’ lì, meraviglioso. Invece lo guardiamo tutti allo stesso modo e sempre di più lo guardiamo attraverso questi maledetti strumenti tecnologici.
… Ah, Saskia, è bello che sei venuta a trovarmi. E ricordati, io ci sarò. Ci sarò, su nell’aria. Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio.
(Tiziano Terzani – La fine è il mio inizio- Longanesi)
Quamquam longissimus, dies cito conditur
( Plinio, Epist., 9,36,4)
Quamquam longissimus, dies cito conditur ( anche il giorno più lungo deve finire).
Ricordo quel giorno, quando persi mio padre. Era una domenica.
Quel tardo pomeriggio uscii per poche ore.
In quel preciso spazio di tempo, mio padre chiuse gli occhi per sempre, dopo un lungo periodo di malattia.
Era il dicembre del 1980.
Alcuni anni prima, avevo visto morire il mio nonno materno.
Dopo la morte di mio padre, altri affetti mi hanno lasciato. Ad alcuni di questi ero particolarmente legato.
Li ricordo tutti, chiudendo gli occhi, non nel linguaggio delle parole, ma nel silenzio, a un passo dal nulla, dall’eternità.
( Un pensiero di Giovanni Prati)

