sabato 25 agosto 2007

L'inferno, il Purgatorio e il Paradiso


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Pensieri miei e non miei

26 Agosto 2007

L’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso


La sola speranza non basta
il nostro destino segnato
quel muro presto sarà scavalcato

In quale girone dantesco
ora mi trovo?

In quale canto mi sono arenato?

Nella voragine dell’Inferno
in uno dei suoi nove cerchi
sempre più negli abissi,
nel Purgatorio, ove mi pento e spero
o infine nel Paradiso, ove risiede la pace?

Nell’infinita indifferenza
l’anima mia ricorda le sue passioni
e non trova una via d’uscita

Chi è il custode del mio corpo?

Qual’è il senso reale delle cose?

Restituire ciò che si è ricevuto
accogliere ciò che ci viene donato

Ma come posso dirlo?
Come posso nascondere
l’uomo che sono?

Nella mia vita
un profondo solco
è stato tracciato

Gli uomini
salgono e cadono
si lasciano dietro
solo ricordi




Un ventre di discordie
le streghe sono ancora tra noi
attorno a noi
se esiti ti colpiranno

Di nuovo il silenzio
le dimensioni del vuoto
di certo non capirete,
un vuoto buio
ove soffia un vento gentile

Non c’è più nessuno
non vedo più alcuno
mi tocco il viso
le labbra, gli occhi
ho ancora il mio corpo
accenno un sorriso
forse sarò in Paradiso

A distanza
una tenue luce compare
scruto nel vuoto, nel buio
quell’immagine non riesco a decifrare

Si avvicina sempre più
Ecco! Mi appare



Un’altra volta il buio
e quell’immagine scompare

Ho paura
ora davanti a me
cosa si potrà celare?
Da che parte mi dovrò voltare?
Nessuno che mi stia più ad ascoltare

L’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso
Avanti fate un passo!
Se così fosse…
conoscerei il mio destino

Qui
si tramandano le storie,
tutte le storie



Gli uomini e i loro sogni
le colpe terrene
e la stupidità

Essere e tempo
alla ricerca dell’assoluto
del gran segreto
davanti all’oscurità

Pagine scritte di un libro
cancellate col passare del tempo
dalla polvere
dall’umidità

La quiete dell’anima
che rende bella la vita
alla ricerca della felicità
a un passo dal nulla
dall’eternità

(Giovanni Prati)
Copyright 2007 – da “ Aldebaran” Giovanni Prati

C’è stato, c’è stato! Il passato ha avuto grandi momenti. Noi oggi lo chiamiamo Medioevo, ma era uno dei momenti più interessanti della nostra civiltà. L’uomo aveva un rapporto con il divino molto forte. Poi la scienza ha preso il sopravvento e ha preso il posto della religione. E la scienza è bravissima, la scienza contribuisce enormemente a rendere la nostra vita più comoda. Piove e ci mette un tetto sopra la testa, abbiamo fame e ci dà da mangiare. Ma che altro ci dà? Niente. Ci toglie il cielo, perché con la pretesa di essere tutto blocca ogni altra aspirazione.
Io non sono antimodernista o antiscientifico, ma di nuovo occorre trovare un equilibrio, cercare la Via di mezzo. C’è qualcosa in noi – il cuore, il sentimento dell’amore, l’intuito – che la scienza non prende in considerazione. Non vuole saperne dei sentimenti. Allora, vedi che questo lasciare che la voce del cuore ti parli nessuno lo fa più. Anzi, farlo è considerato un po’, insomma, da semplici.

L’uomo si illude di conoscere e certamente fa strada sulla via della conoscenza. Ma si rende conto che ogni volta che arriva al limite di ciò che è conosciuto, lo sconosciuto è immensamente più vasto di quello che lui conosce e che riuscirà mai a conoscere. Sarebbe bello allora accettare questo mistero, che c’è quello che non capita mai, e abbracciarlo. Compreso il mistero della morte.

Perché vedi, si muore dal momento che si nasce. Si è giovani e si pensa che la morte è degli altri. Ma se uno imparasse già da bambino che la morte è parte della vita, che tu puoi integrare la morte nella vita, allora la tua vita sarebbe più bella, perché conterebbe questo contrasto e questa dimensione. Mica devi morire! Campa fino a cent’anni, ma campa con la coscienza che la tua vita e la tua morte sono la stessa cosa.
Chi parla di morte? Oggi parlare di morte è un tabù come un tempo lo era parlare di sesso. Nell’Ottocento a tavola non si parlava di sesso. Oggi se ne parla a tavola, ma della morte non se ne vuole più sapere.
Vedi, tutto quello che ti dico ti porta a qualcosa che è il mio unico vero contributo, credo: guardare il mondo in un altro modo. Guardalo in un modo tuo, in un modo più sensibile. E’ lì, meraviglioso. Invece lo guardiamo tutti allo stesso modo e sempre di più lo guardiamo attraverso questi maledetti strumenti tecnologici.

… Ah, Saskia, è bello che sei venuta a trovarmi. E ricordati, io ci sarò. Ci sarò, su nell’aria. Allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. Ci si parla. Ma non nel linguaggio delle parole. Nel silenzio.

(Tiziano Terzani – La fine è il mio inizio- Longanesi)

Quamquam longissimus, dies cito conditur
( Plinio, Epist., 9,36,4)


Quamquam longissimus, dies cito conditur ( anche il giorno più lungo deve finire).
Ricordo quel giorno, quando persi mio padre. Era una domenica.
Quel tardo pomeriggio uscii per poche ore.
In quel preciso spazio di tempo, mio padre chiuse gli occhi per sempre, dopo un lungo periodo di malattia.
Era il dicembre del 1980.
Alcuni anni prima, avevo visto morire il mio nonno materno.
Dopo la morte di mio padre, altri affetti mi hanno lasciato. Ad alcuni di questi ero particolarmente legato.
Li ricordo tutti, chiudendo gli occhi, non nel linguaggio delle parole, ma nel silenzio, a un passo dal nulla, dall’eternità.
( Un pensiero di Giovanni Prati)

lunedì 6 agosto 2007

Storie di vita


www.new-humanity.org

Le cose si vedono meglio
col passare degli anni

E’ facile comprendere,
le ragioni sono evidenti

Dove si nascondono gli affetti…
interessante capire che cosa succede

C’è ancora qualcosa da scoprire
in questo mondo
che va oltre i confini
oltre gli spazi infiniti

Chi l’avrebbe mai detto
che alla fine
le nostre vite si sarebbero incontrate
proprio ora, proprio qui
in questa stanza
di un malandato ricovero

Con i tanti nostri anni
i nostri passati
i nostri sogni,
raccontarli ci vorrebbe una vita

La tua vita
e la mia vita
se preferisci chiamale
storie di vita

L’amore a tarda età
ti ricuce il cuore
ti riporta un po’ di giovinezza
ti aiuta nell’umore

Facciamo due passi
abbracciati l’uno all’altra
appoggiati ai nostri bastoni
nel nostro dolore
con la nostra storia d’amore


(Giovanni Prati)
Copyright 2007 – da “ Aldebaran” Giovanni Prati
Ci sono voluti sei mesi prima che ci dessimo del tu, siamo gente d’altri tempi; ma poi la nostra confidenza così profonda che quando parlo con lei ho lo stesso pudore che avrei se parlasi tra me e me. Non ci sono barriere tra noi, non c’è nulla che non le direi. Ci siamo raccontati la vita, così come l’abbiamo vissuta.
Solo a due vecchi può succedere questo miracolo, i giovani non possono capire. Solo se si ha un corpo disfatto come il mio, solo se lei ti vede mangiare con difficoltà o ti deve imboccare puoi capire cosa intendo. Se superi la falsità dell’apparenza, la rigidità della forma, la decadenza della vecchiaia, allora non c’è nulla che ti può imbarazzare.
Certe volte sono geloso di lei. E’ così disponibile, così umanamente interessata agli altri, così attenta ai bisogni di chiunque, che certe volte mi fa rabbia perché vorrei che tutte le sue premure fossero per me. Non è egoismo il mio, voglio dire, non è solo egoismo, è gelosia, soprattutto.
…Passiamo molto tempo insieme, tutto quello che la vecchiaia e le regole di questo posto ci consentono, ma io vorrei che fosse di più. Vorrei vivere con lei, nella stessa casa, fuori di qui. Passeggiare con lei, mangiare con lei, da soli e senza farmi aiutare. Dormire con lei, perfino fare l’amore con lei. Tutte cose normali, come una coppia normale. Ma non posso farlo, il mio corpo non lo permette. La mente sì. La mente sarebbe pronta, per il solo fatto di riuscire a immaginarlo.
L’avessi incontrata prima…
( Lorenzo Licalzi- Che cosa ti aspetti da me? -Rizzoli- - un romanzo da non perdere)

Una furtiva lagrimanegli occhi suoi spuntò... quelle festose giovani invidiar sembrò...Che più cercando io vo? M’ama, lo vedo.Un solo istante i palpiti del suo bel cor sentir!.. I miei sospir confondere per poco a’ suoi sospir! ... Cielo, si può morir;di più non chiedo.
(Una Furtiva Lagrima)





Tutta una vita dedicata al lavoro, alla famiglia…
I nostri vecchi si vengono a trovare fragili in amore, come ramoscelli al vento, mentre un tempo erano forti davanti alle difficoltà della vita e di fronte alla miseria che hanno attraversato. I più hanno iniziato a lavorare da bambini, e nei momenti liberi, un po’ di scuola, o a badare gli altri fratellini.
In quei tempi, la strada, li faceva incontrare tutti, con i loro sogni di successo, d’avventure. I ragazzi corteggiavano le ragazze, e queste ultime si facevano desiderare sempre più. Altri tempi, altre stagioni, altre storie di vita.
Spesso mi capita di sentirli parlare tra loro, accennare al fatto che non sono più buoni a fare niente, perché i movimenti del corpo si sono fatti lenti, e i malanni che portano dentro sono per tanti una sofferenza continua, una pena, un castigo da sopportare.
Molte volte mi chiedo se ci si può ancora innamorare da vecchi. A quanto pare sembra proprio di sì. L’amore si dice, non ha età. Sarà un amore diverso, fatto più di carezze , d’attenzioni, d’affetto e stima reciproca.
…Chiusi in quel malandato ricovero, non hanno più un nome, né una storia. E’ giunta ormai la sera, e fuori, davanti a questo cancello che mi separa da loro, li vedo lentamente allontanare, li vorrei fermare, dirgli che quella non è la strada che porta alla loro stanza, ma non ho il coraggio, e li guardo, mentre continuano ancora a passeggiare, abbracciati l’uno all’altra, appoggiati ai loro bastoni…
Da lì a poco, si confonderanno i lor sospir, nel silenzio i palpiti dei loro cor potran sentir.
(Un pensiero di Giovanni Prati)