lunedì 30 luglio 2007

E tu dormi



In un determinato modo
spesso ci accade di pensare a noi

Una mescolanza complessa, difficile
tra me e te

Tutto è avvenuto troppo in fretta
neanche il tempo
di guardarci negli occhi

Affascinante è osservarti
quando dormi
nel sonno celi un dolce sorriso

A volte mi domando
se faccio parte dei tuoi sogni
in quel tuo angolo di paradiso

Il tuo corpo
pieno di curve
fa trapelare la mano di Dio

Vorrei correre in un prato
diventare un filo d’erba
un petalo di un fiore
accarezzarti, piano
senza fare alcun rumore

Sentire nel silenzio delle cose
quanto grande sia
il sussurro di un respiro
che ti porta ad esser mia

E tu dormi
accanto a me
amore mio,
l’ultima notte
prima del lungo addio

(Giovanni Prati)
Copyright 2007 – da “ Aldebaran” Giovanni Prati

Più due persone si avvicinano l’una all’altra, più la loro relazione diventa indipendente e chiusa in sé. Perciò le relazioni più intime sono quelle che conosciamo meno.… L’esperimento dell’intimità, in cui due persone siedono vicine, gli occhi negli occhi, e continuano a guardarsi negli occhi mentre si parlano, rivela molte cose interessanti sull’intimità.…L’amore è definito in molti modi, che io mi asterrò di passare in rassegna In greco ci sono eros, philos e agape: desiderio , amicizia e affetto. L’amore sessuale, in quanto sessuale, è pieno di sensualità e di passione, e, in quanto amore, partecipa di ciò che distingue l’amore da tutte le altre relazioni, cioè l’anteporre il bene e la felicità dell’altra persona all’interesse proprio. L’amore è la relazione più completa e più nobile di tutte, e comprende meglio di tutte le altre: rispetto, ammirazione, accensione , amicizia e intimità, tutte insieme, con in più la sua particolare grazia e il suo carisma.
( Eric Berne – Fare L’Amore – Bompiani)

Di una relazione amorosa, l’uomo può ricordare, con grande nitidezza, anche solo alcuni momenti erotici. Per farlo annulla, mette fra parentesi, la storia della relazione, le emozioni complesse, isola la parte erotica, la elabora, ne fa una vicenda a sé stante, in cui si inserisce fantasticamente. E’ come se, da un film d’amore in cui vi sono scene di sfrenatezza erotico – amorosa, venissero tagliate solo queste, e poi montate fuori dal contesto. L’isolamento consente di mettere in evidenza e di ricordare solo la parte per lui più bella, più piacevole, più trionfale dell’esperienza. Egli tende pure a dimenticare le tappe emotive più importanti dello sviluppo della relazione, per ricordare con impressionante vigore alcuni momenti, alcuni particolari erotici, quasi fossero il simbolo, il concentrato della relazione stessa. …Quasi sempre questi ricordi maschili visivi e, spesso, riguardano l’inizio della relazione erotica, il momento in cui la donna si concede, lo straordinario istante della -metamorfosi-. Il ricordo della donna, invece, non è confinato solo nell’atto sessuale, non è costituito solo da un particolare visivo. Esso evoca piuttosto una emozione complessa, un evento.
( Francesco Alberoni - L’Erotismo – Garzanti Elefanti)
Amor, ch'a nullo amato amar perdona, mi prese del costui piacer sì forte, che, come vedi, ancor non m'abbandona
….
Ma già volgeva il mio disio e’ l velle, Sì come rota ch’igualmente è mossa, L’amor che move il sole e l’altre stelle.
( Dante Alighieri- La Divina Commedia)




Quale sarà il vero linguaggio degli uomini…?
In quella casa, in quella stanza, sopra quel letto, si respira ancora quel profumo di lei, un profumo che non si può descrivere; come le carezze di lui, leggere , quasi venissero dalla mano di Dio. Strano è domandarsi, perché le cose non vadano sempre così. La nostra voce racchiusa nei nostri suoni, rumori, passioni e abbandoni. Parlare senza parlare, comunicare senza parole, forse è questo il segreto che racchiude la vita, la bellezza, l’amore per le cose e le persone. Forse nel silenzio ritroveremo le parole dolci, quei suoni che racchiudono la melodia, quegli amori infiniti, che fanno della bella Beatrice di Dante il sogno, il tramite all’immagine di Dio. Dell’uomo è la donna che <>. Quale sarà il vero linguaggio degli uomini , se non quello delle donne? Amori fugaci, amori consumati poi abbandonati, amori infiniti che trafiggono i cuori, amori inaspettati e poi ancora amori e amori.
Amore che a nessuno che sia amato fa grazia, permette di non riamare a sua volta…
E tu dormi, accanto a me, amore mio, l’ultima notte, prima del lungo addio…
(Un pensiero di Giovanni Prati)

domenica 22 luglio 2007

Fine di un amore



www.webalice.it/.../DonnaSottoLaPioggia.jpg



Guardami ancora negli occhi,
un’ultima volta

Eppure, ci volevamo così bene,
eravamo così felici un tempo

Tu me lo dici adesso
se vuoi possiamo nascondere
la noia

Tutti i giorni
sempre uguali, sempre quelli
inalterati , statici e freddi

Raccolgo questi quattro stracci
devo andare

Da qui nasce la crescente domanda
Senza di te, potrò stare?

La lontananza,
il vuoto che sento
nel mio cuore,
porterò via con me
questo dolore

La fine di un amore
come un mozzicone di sigaretta
sotto la pioggia
buttato lì

Consumato lentamente
tra un bacio e l’altro
tra la notte e il dì


(Giovanni Prati)
Copyright 2007 – da “ Aldebaran” Giovanni Prati


La stagione dell'amore viene e va,i desideri non invecchiano quasi mai con l'età.Se penso a come ho speso male il mio tempoche non tornerà, non ritornerà più.La stagione dell'amore viene e va,all'improvviso senza accorgerti, la vivrai, ti sorprenderà.Ne abbiamo avute di occasioniperdendole; non rimpiangerle, non rimpiangerle mai.Ancora un altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore.Nuove possibilità per conoscersie gli orizzonti perduti non ritornano mai.La stagione dell'amore torneràcon le paure e le scommesse questa volta quanto durerà.Se penso a come ho speso male il mio tempoche non tornerà, non ritornerà più.

(Franco Battiato - La stagione dell'amore -da "Orizzonti perduti", 1983)

Ma come può essere attraente la tristezza? In effetti, mentre una donna che si vede ridere in compagnia di altri chiaramente non sembra aver bisognosi particolari attenzioni, una che se sta sola e infelice davanti al suo caffé fa sperare al potenziale seduttore che lei potrebbe capire le pene di lui dall’altra parte della sala deserta.
La felicità è esclusiva, l’infelicità potenzialmente coinvolgente. L’amante che ha bisogno di sentirsi necessario può quindi scegliere una espressione triste invece di una allegra, poiché spera così di evitare l’insensibilità alla sofferenza, che è implicita nella gioia.
Cercare l’infelicità può voler dire cercare di evitare la competizione implicita nelle espressioni di autosufficienza.
(Alain De Botton – Il piacere di soffrire- Tea)

Caro…, ecco il mio segreto.
E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi. E’ il tempo che tu hai perduto per il tuo lavoro che ha fatto il tuo lavoro importante.
La qualità invisibile, ma essenziale del nostro amore, può essere vista solo con il cuore.
Ecco la fatica dell’amore, la lotta per ciò che unisce.
E’ per questo, caro amore, che ti lascio, perché tu possa continuare a vedere con il cuore…

Al risveglio, trovata questa lettera sul tavolo, e lei non più nel letto, mi diressi verso la finestra che si affacciava sui campi. Erano giorni che pioveva, abbassai lo sguardo, lei era lì , quasi ignuda, tutta bagnata. Si allontanava con passo lento, come non aveva fatto mai.
Forse non l’avrei più rivista. Pian piano, al suo scomparire sotto la pioggia, sentivo che mi mancava sempre più. Poi scomparve quasi nel nulla, forse perché era proprio dal nulla che la prima volta mi comparve.
Dopo tanti anni, come allora, anche oggi piove. Ricordo quando la incontrai la prima volta, era seduta a terra, bagnata , ricurva come un mozzicone di sigaretta buttato lì.
Forse le cose, le persone, vanno e vengono con la pioggia, almeno per noi è stato così. Ecco perché amo e odio la pioggia nello stesso tempo, perché non so mai quando porta e quando toglie.

Cara…, è passato ormai tanto tempo da quando mi scrivesti la tua lettera d’addio, e da allora non ci siamo più rivisti e sentiti.
Durante questo periodo ho avuto tante cose buone e meno buone, ma sono di nuovo a fare la valigia come allora, e come allora porto con me gli stessi effetti personali: il portaritratti che continua ad essere senza foto; una mela, perchè una mela al giorno toglie il medico di torno; uno spazzolino e il dentifricio, sul quale abbiamo fatto lotte terribile; la cravatta, nel caso qualche incontro di lavoro lo richieda; le calze , possibilmente senza buco; la mia vecchia pallina da tennis, la racchetta l’ho appesa al chiodo già da tempo; un bicchiere, perché tutte le volte che vado in albergo rischio di dover bere alla canna del rubinetto. Cos’altro? Ah, da oggi ho aggiunto anche un libro, dicono che sia una favola. Il suo titolo è “ Pinocchio” , o ancor meglio, le “Le Avventure di Pinocchio “.
Visto che diventare vecchi è tornare ad essere un po’ bambini, ho voluto rispolverare un vecchio libro che leggevo da ragazzo, ma che non avevo mai capito bene.
Caro amore, io sono io, quel burattino che tu hai conosciuto e che non è mai voluto diventare uomo.
Ma va bene così.
( tratto da : Tra verità e menzogna. Se non credete a me, credete almeno a Pinocchio - di Giovanni Prati )


sabato 21 luglio 2007

Alterità - 15 luglio 2007






Un rapporto perfetto
tutto e niente
Adamo, la mela e la testa del serpente

Camminare, come un circense, sul filo
a volte è necessario trattenere anche il respiro

Senza chiedersi il perché
da che parte il mondo sia ,
se gira intorno a me
o ha preso un’altra via

Il cambiamento continuo
davanti all’incertezza della stabilità
non trovo più la mia identità

Alla base della solitudine
sta il mio apparire
nei tuoi occhi
sono potuto scomparire

Una figura nomade
attraversa il mio destino
mi sono perso in un attimo
ritrovato bambino

Le strade, i marciapiedi
delimitano le nostre vite,
prendere coscienza dell’inesistenza,
e delle vie infinite

Tra confine e frontiera
ci troveremo a camminare
qualcuno proverà a tagliere il filo
cercherà i nostri sogni di spezzare

Chiudi gli occhi
dammi la mano
proviamo insieme a saltare,
vada come vada
non ci pensare

(Giovanni Prati)
Copyright 2007 – da “ Aldebaran” Giovanni Prati




"Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo guardare le cose sempre da angolazioni diverse"
(Robin Williams in "L'attimo fuggente" di Peter Weir.)



“Tutta l'esperienza formativa di ciascun essere umano è costantemente attraversata e costellata da continue presenze dell'ALTRO.
Le relazioni interpersonali sono di fatto una "galleria di volti" che irrompono nel nostro spazio vitale e ai quali rispondiamo in forme differenti e a ciascuno, a suo modo, in forma singolare.
Entrare in relazione con l'altro innegabilmente vuol dire entrare in contatto con un'altra identità, cioè con qualcuno che è "diverso" da me. E attraverso questo gesto, oltre a sviluppare maggiore coscienza della mia identità, io posso diventare più ricco, dell'alterità riconosciuta.
Eppure a volte, a livello sociale (ed anche educativo) si cerca di annullare la "diversità" che ci rende tutti così meravigliosamente unici, si tende a lavorare più sul collettivo che sull'individuo, a creare universi omologati, comunità di simili dove il singolo si deve identificare con il gruppo e la pluralità dei soggetti non sempre viene rispettata. Così l'"alterità" e la "diversità" vengono attribuite non a ciascun individuo in quanto essere differente da un altro, ma solo ad alcuni che presentano "particolari caratteristiche" che li rendono dissimili rispetto all'omologazione del gruppo. Ed è proprio per questo che la presenza del cosiddetto "diverso" nella società come a scuola genera conflitti, mette in crisi il normale funzionamento dei sistema e condiziona in modo forte la formazione e la crescita dei singoli, tanto più se si tratta di bambini e/o adolescenti. “
(Comitato pace)



“Cosa vuol dire alterità?Vuol dire essere capace di capire l’altro in tutta la pienezza della sua dignità, dei suoi diritti e, soprattutto, della sua diversità. Quanto meno è presente l’alterità nelle relazioni interpersonali e sociali, quanto più frequenti sono, poi i conflitti tra gli uomini. La nostra tendenza, molto spesso, è quella di colonizzare l’altro, a partire dal principio che siamo noi che sappiamo cosa insegnare all’altro. L’altro è colui che non sa niente. Noi sappiamo meglio e più di lui. Tutta la struttura scolastica del Brasile, molto criticata da un grande teorico brasiliano della Scienza della Educazione, il professore Paulo Freire, parte proprio da questa concezione dell’insegnamento, ossia, colui che fa il professore, insegna e coloro che sono gli alunni, imparano. E’ evidente che noi sappiamo alcune cose e, le persone che non sono andate mai a scuola ne sapranno tante altre ed é grazie a questo scambio di conoscenze, complementari, che si costituisce il vivere sociale. Riportando le parole di un operaio durante un corso di educazione popolare: “So che come tutti, non so tante cose”. Nella società brasiliana, dove l’apartheid è ormai così ben strutturato, predomina la concezione che le persone addette ai lavori più duri, manuali, non sappiano niente, mentre noi, i laureati, siamo come gli angeli barocchi delle chiese di Bahia e di Minas Gerais (tutto testa e senza corpo) e quindi, non sappiamo cosa farne delle mani. Passiamo tanti anni a studiare e concludiamo con un dottorato in qualcosa, ma non sappiamo fare da mangiare, cucire, cambiare una presa di corrente elettrica o capire quale possa essere il difetto della nostra automobile… e ci consideriamo eruditi. E quel che è peggio ancora, non abbiamo equilibrio emozionale per saper convivere con le relazioni sociali di alterità. “
(Frei Betto)


“ Quante volte mi sono domandato…”
Il tempo passa, e con lui le stagioni, le persone invecchiano, il mondo cambia.
L’uomo, da quando è nato , sembra dai propri errori non aver mai imparato … Adamo , la mela e la testa del serpente … il suo egoismo non si è tolto dalla mente.
Oggi , come allora, corriamo sul filo, cerchiamo di vivere solo nel presente, il passato è passato, e il futuro è quasi sempre assente.
Vivere il presente,l’Altro, l’alterità, che altro non è che l’essere che sta dentro di noi, quello diverso da noi.
L’uomo, costretto a vivere della propria immagine, per non perdere la sua identità , alla base della solitudine sta il mio apparire…
Una figura nomade, che non sa più abitare i luoghi, perché questi sono diventati non - luoghi , la riproduzione della mente, nella ricerca di un piacere sempre più immediato.
L’attesa sembra essere il nemico da combattere. Almeno una volta ci si poteva anche annoiare!
Oggi, le strade, i marciapiedi, ci impongono uno spazio rigido che evidenziano una volontà di dividere , più che di unire.
Prendere coscienza delle cose, e accettarle per quello che sono, rendersi conto dell’inesistenza, della separazione da loro.
Uno spazio senza emozioni è uno spazio vuoto, uno spazio inesistente.
La realtà è un fatto puramente convenzionale, la verità si perde davanti all’assoluto, e serve solo fino a, quando serve.
Ciò che è importante, non è più la verità, ma la credibilità.
La televisione si è trasformata in verità, tutti ci credono e tutto intorno diventa realtà.
Ed eccomi qui, nel qui ed ora, ad affrontare la mia prova…, la più difficile : dover camminare sul filo della vita senza cadere.
E se mai dovessi cadere da che parte dovrò farlo ? Di qua o di là dal confine? E se mai non fosse un confine, quello che mi separa, ma solo una frontiera che mi unisce?
Allora, il problema sarebbe diverso, cadere, di qua o di là, sarebbe la stessa cosa.
Mi faccio coraggio… inizio a camminare sul filo, ogni passo è un cambiamento continuo, che parte dalla mia incertezza di stabilità.
Passo dopo passo, non trovo più la mia identità… lo spazio davanti a me si restringe, il tempo si fa più compresso e comincio ad avere paura, in un attimo ritorno ad essere quel bambino che ero.
Poi , quasi per magia , ritrovo la mia serenità.
Sento che qualcuno mi parla da dentro, è l’identità di quel bambino, quella che avevo soffocato, tenuta nascosta, dimenticato.
L’identità di quel bambino mi prende per mano, e mi ricorda che l’unico modo che ho di superare quell’ostacolo , che ai miei occhi appare insormontabile, è proprio quello di farlo ad occhi chiusi.
- Ho paura -, le dico ,- qualcuno proverà a tagliare il filo, cercherà i miei sogni di spezzare…-
- Non aver paura -, mi sussurra, - dammi la mano, proviamo insieme a saltare -
Quante volte mi sono domandato… se non avessi ritrovato la mia identità di bambino, da quale parte del filo sarei cascato?
Sta di fatto che quel filo l’ho superato già una volta , ma, lo dovrò superare ancora, e ancora tante altre volte nella mia vita.
Cercherò di farlo non più da solo, ma assieme a te, con un altro salto ad occhi chiusi , dandoti la mano in segno della mia amicizia… senza più chiedermi il perché, da che parte il mondo sia, se gira intorno a me, o ha preso un’altra via.

( Un pensiero di Giovanni Prati )

Una goccia, un unico colore - 16 Maggio 2004

.


Una goccia , una tenue voce, un unico colore
ha gli occhi chiusi, qui il tempo passa lento
ha un grande dolore

Una goccia, un unico colore
lo spazio è tutto in questo letto
ha tanto freddo e mi sta scoppiando il cuore

Una goccia
e lui si lascia andare abbracciato da un unico colore

Una goccia
non ha più voce
è pallido , ma sorride
e mi trasmette amore

Una goccia ancora
e libera la mia mano
oramai non ha più freddo
lascia questo letto e questo unico colore

Perché? Perché? Amore senza vita

Una goccia , un unico colore
si perdono nella notte i pensieri
e le storie sono infinite nel vuoto
tante le vite perdute

Rimbalzano i ricordi tra false verità e inutili menzogne
quanto buio perché possa trapelare una luce

Pensieri,storie, vite, ricordi
tutte in una notte
nel buio e nel vuoto che non mi lascia più






Un suono di sirena
il tuo viso che scompare
inutile tentare di raggiungerti

Troppo tardi
sempre troppo tardi

Pensieri, storie, vite, ricordi
tutte in una notte
nel buio e nel vuoto

Una goccia , un unico colore
mai più
non ci sarai più



(Giovanni Prati)

Copyright 2004 – da “Forse un giorno non molto lontano …” Giovanni Prati




“ E’ bene ricordare che il futuro non è né del tutto nostro né del tutto estraneo. Solo in questo modo non possiamo aspettarci che s’avveri assolutamente né disperare che possa avverarsi “

Epicuro La felicità


“ Il silenzio è il linguaggio della solitudine, di chi è solo con se stesso. In questo senso , il silenzio talora urla….
Il silenzio, per un bambino, è tutto ciò che manca. E’ morte come mancanza : presenza del mondo assente.
Il lutto nel bambino non si lega alla perdita precisa di una persona, in un momento e in uno spazio dati, ma a una mancanza, a un andar via che significa non esserci più. “

Vittorino Andreoli - Capire il dolore – ed. Rizzoli





“ Di tutte le virtù la speranza è quella più importante per la vita. Perché senza di essa chi oserebbe iniziare una qualsiasi attività, intraprendere una qualsiasi impresa? Chi avrebbe il coraggio di affrontare il futuro, oscuro, incerto, imprevedibile? La vita , nella sua natura profonda, è accesso alla speranza.La speranza distrugge la certezza dell’ineluttabile e della morte, riapre l’orizzonte, il possibile con le sue incertezze esistenziali.
Ed è questa apertura che ci ridà gioia, slancio , interessi, calore. “

Francesco Alberoni - La speranza – ed. Superbur



“Ricordo sempre con tanta tenerezza le parole di mio nonno che tutte le volte all’emergere di una triste notizie, quale ad esempio un lutto, mi diceva …i genitori non dovrebbero mai sopravvivere ai propri figli…; non credo in effetti che esista dolore più grande di questo . Solo parlare di questo argomento c’è da rabbrividire, quasi a voler rendere ancor più problematica l’inizio di questa giornata, settima di lavoro , ma non è di certo questo il mio intento.
Al contrario è proprio da questo che ho tratto le belle parole di Alberoni alle quali aggiungo un sogno, perché la speranza altro non è che un sogno che si impossessa di te , e di conseguenza devi decidere cosa fare, quale strada prendere,cadere nello sconforto più totale o trovare la forza di reagire sempre, anche davanti all’improbabile e perché no anche davanti all’impossibile.
Il tuo sogno puoi viverlo, lasciare che questo gestisca la tua vita, o fartelo scappare e poi passare il resto del tempo che ti rimane a pensare che cosa avrebbe potuto essere, che qualcosa avresti potuto fare.
So già tuttavia la tua risposta. Sei già particolarmente impegnato con la famiglia, con il lavoro, dai troppo per troppo tempo, e a quel punto qualcosa spegne la gioia e l’emozione di aiutare gli altri. Ed è così che abbiamo perso tutti.“

un pensiero di Giovanni Prati

La pignatta di terracotta - 16 Aprile 2006










Vestiti a festa
streghe, draghi
un terribile temporale

Deboli braccia
un piccolo ramoscello
è il mio bastone

Emblematica
appare la vita
davanti a un gioco

In fondo
un amico
trasforma lunghi minuti in ore

Un burattino senza fili
in un mondo maniacale,
una realtà che non è così
che nessuno vuol lasciare

Non importa il fare,
solo perché si può fare

Le cose cambiano
il tempo cambia,
tutto lascia dietro sé
dentro di te

Bendato
di fronte
ad una pignatta di terracotta
vuota e misteriosa
continuo a cercare

(Giovanni Prati)
Copyright 2006 – da “ Matreimà ” Giovanni Prati




Allungherò una mano, piano, per prendere il responso,sentenza annunciata , senza appello né critiche,giusta, ponderata,che rimette le righe là, dove si erano cancellateper un temporale d'estate. ( l’innominata …una cara amica)

Lo scorrere del tempo, che passa veloce, i ricordi che ritroviamo nel nostro destino.
Forse è giusto stare in silenzio quando si vuole raccontare molte cose di sé.
Andiamo alla ricerca dei sentimenti e quando li abbiamo lì, a portata di mano, non siamo capaci di ascoltarli, per paura cerchiamo di allontanarli, di frantumarli.

Come per gioco, allungai una mano, piano, per prendere il responso,
una sentenza annunciata… nessun bastone per rompere la pignatta, che appesa all’albero raccoglieva i sentimenti di una vita, solo un ramoscello e alcune foglie perdute, portate via dal vento…


(Un pensiero di Giovanni Prati)

“Marilì Monrò” 25 settembre 2005"

.


Un pacchetto di popcorn
una bibita
quel signore col bastone
seduto in galleria
continuava a dire
zitto cinno, giù la testa
se no at caz uno smataflone
am san namurè ed Marilì Monrò

Oggi
una sala semivuota,
tendaggi rossi
frappe dorate
uno schermo
che a fatica
ha lasciato il bianco e nero
ma non si colora più

Si aprivano le porte
tutti in fila alle casse
e quel cartello
che diceva:
Solo posti in piedi!
ormai è una icona
appesa al muro
che nessuno legge più

Si spengono le luci,
ora c’è tutto il posto che vuoi
in platea,
figuriamoci in galleria

Il cinema ha perduto
il cinno
col suo pacchetto di popcorn,
senza parlare di cal vécc
che quando non russava
continuava a ciacarer con Marili Monrò

mi sia permesso dirlo con rispetto
al fazev gnir du bei maron


(Giovanni Prati)
Copyright 2005 – da “ gli uni e gli altri ” Giovanni Prati




“…
- parchè Kim Novak fèla schif?-

- Vut metter Marilyn, l’è un spetàquel-

e gli altri - Eva Gardner eus’éla:paraléttica?-

-No no, ma Marilyn l’ai ha un quèl-

- Va la che s’as presanta qué, adès, Ginger Rogers te t’at caz par tèra e bonanot-

-No, Marilyn l’è d’un èter pianeta-

-Un ètra categorì-

-An s’pòl brisa spuser na dòn acsé-

-Parchè?-

-Tè t’la spòus, s’l’ai sta, e po’ et vén dantr al bar con tò muiér e i mòren tòtt-

-Tòtt, fòra che Filippo-

-Parché?-

-Par mé l’è un pedro!- …”

( Andrea Mingardi- benèssum-)



A volte penso al cinema, ai brustulini, ai burdigoni, e a tutte quelle leccornie che rendevano più saporito il film.

Se poi riuscivi ad ottenere tutto questo pur essendo in bolletta, allora voleva proprio dire che ti dovevi essere guadagnato molti talenti a servire messa, o eri stato tanto bravo da vincerli ai tuoi compagni col gioco delle figurine.

E se poi c’era Marilyn Monroe?
Il prete tagliava la pellicola e per noi era uno shock!


(Un pensiero di Giovanni Prati)

venerdì 20 luglio 2007

Storia di un uomo randagio




Vecchio , stracciato e stanco
va’ per la sua strada il monco
e intorno sente alcune risatine
che sembran fatte proprio da bambine
ma son soltanto alcuni topolini
che tra l’immondizia sono intenti
a rosicchiar contenti
e sembran dirgli :
“su , miserabil non sei
se vuoi tu mi dai i tuoi problemi
e io ti do i miei”

Ma continua nel suo cammino
il vecchio stanco
senza il becco di un quattrino
e fra le lacrime dispera
pensando ai suoi dolci occhi da bambino
e a quel che era

Perché non posso tornar indietro?

Perché non posso tornar piccino?

Anche allora non avevo un becco di un quattrino
ma non ci pensavo
e a giocare coi compagni me ne stavo

Adesso invece sono vecchio e solo
dei soldi proprio non mi duolo
è la tristezza
è la solitudine , che mi fan paura
al resto non do cura

E girava ormai a tentoni
per la stanchezza , lungo i portoni
il vecchierel scontento
e ammirava il mondo da lì, dai bidoni
poi d’un tratto qualcosa l’accecò
vide la pistola e si chinò
la prese in mano e si rabbrividì

Lo videro il vecchierel scontento
solo tra i suoi bidoni
solo tra il suo mondo inutile, di sogni di spazzatura
solo il rusco gli offrì sepoltura.


(Giovanni Prati)

Copyright 2003 – da “ Ancora più in là, ed oltre…” Giovanni Prati




“Ho pianto, come spesso faccio quando penso a qualcuno che non c’è più su questa terra, ma che per me esisterà per sempre. MA questa volta le lacrime sono quasi rabbia, rabbia per l’impotenza nella quale ti trovi in certi momenti della vita. Rabbia d’impotenza davanti alle situazioni e alle avversità della vita. Purtroppo parlo di cose materiali, tutte quelle cose materiali che non ci porteremo via quando anche per noi arriverà l’ora del trapasso. Purtroppo di materia è fatto e vive l’uomo, quindi è inutile fare discorsi difficili. Resta lo stesso la rabbia di rendersi conto che non si è nelle condizioni di poter aiutare chi ti ha dato tanto. Tu non puoi dare niente.
Forse l’inferno è nella nascita, il purgatorio nella vita e il paradiso nella morte?
Non di discorsi inutili ho bisogno in questi momenti.In ogni modo non saremo mai giudici di noi stessi.”

(Vincenzo Mangiapane- I Vecchi non dimenticano—Ed.Nuovi Autori)

Nel cimitero dl Père-Lachaise, in vicinanza della fossa comune, lontano dal quartiere elegante di quella città dei sepolcri, lontano da tutte quelle tombe stravaganti che ostentano di fronte all’eternità le orribili mode della morte, v’è , in un angolo deserto, lungo un vecchio muro, sotto un grande tasso lungo il quale si arrampicano, in mezzo alla gramigna ed al muschio, i convolvoli, una pietra . Quella pietra non è più delle altre esente dalla lebbra del tempo, dalla muffa, dal lichene e dallo sterco degli uccelli; l’acqua la fa divenire verde, l’aria l’annerisce. Non è vicina ad alcun sentiero, e a nessuno viene in mente d’andare da quella parte, perché l’erba vi cresce folta e ci si bagna subito i piedi. Quando v’è un po’ di sole, vengono le lucertole;intorno intorno, è tutto un fremere d’avena selvatica. In primavera, le capinere cantano sull’albero.
Quella pietra è completamente spoglia. Colui che la tagliò pensò soltanto al puro necessario della tomba e l’unica cura fu di far la pietra abbastanza stretta perché potesse coprire un uomo.
Non vi si legge alcun nome.
Solo ( sono passati molti anni da allora), una mano vi scrisse con la matita codesti quattro versi, divenuti a poco a poco illeggibili sotto la pioggia e sotto la polvere e che, probabilmente, oggi sono scomparsi:

Ei dorme. Sebben strana fosse con lui la morte,
Vivea. L’angel suo sparve, ed egli venne a morte.
Così, semplicemente, la vita sua finì,
Come la notte scende, quando tramonta il dì.

( I Miserabili di Victor Hugo )



Storia di un uomo randagio, una poesia che scrissi da ragazzo, ormai quasi trentacinque anni fa.

Una poesia, che mi ha accompagnato per tutta la vita, una delle prime , a cui sono legato di più.

Una poesia scritta in chiave ironica, ove veniva rappresentata la morte di un vagabondo, davanti alla tanta indifferenza delle persone che lo circondavano.

Quei topolini, che altro non erano, e tuttora continuano ad essere , quelle persone di cui ci attorniamo, sempre pronte a dire e ridire su ogni cosa, anche sulla “miseria” degli altri, tanto sono presi a loro volta a dover nascondere la propria.

Il ricordo di quel monco, di quel vecchio a cui mancava qualcosa d’importante; monco della solidarietà ed affetto degli altri. Il suo continuo ricordo , di quando , da giovane, pur povero, passava le giornate in compagnia dei suoi amici, quei pochi e veri, che il tempo, a poco a poco, gli aveva portato via.

Restato solo, in una società ormai “diversa “, nella quale non riusciva più a ritrovarsi , iniziò il suo cammino alla ricerca di qualcosa , di qualcuno… girava ormai a tentoni per la stanchezza, lungo i portoni…ma in una società , ove i vecchi e i bambini, cominciavano a contare (economicamente) sempre meno, le porte si chiudevano sempre di più.

L’inizio di una società sempre più portata a dare importanza a tutte quelle cose materiali che non ci porteremo via quando anche per noi arriverà l’ora del trapasso.

La soluzione a tutti i problemi della vita, ad un certo punto. sembrava proprio essere lì, a portata di mano…Vide la pistola e si chinò.
Tanta era la paura , di fronte a quel disperato gesto… la prese in mano e si rabbrividì.

Poi , l’amara decisione.

Tutti lo videro…, era giacente lì, in mezzo ai bidoni dell’immondizia.

Ma a chi mai importava, in fondo altro non era che un vecchio , un barbone, un peso per la società. Uno in meno!

Tanto valeva far finta di niente, caricarlo sul camion della spazzatura…
solo il rusco gli offrì sepoltura.





Così, semplicemente, la vita sua finì,
Come la notte scende , quando tramonta il dì.

Dopo tanti anni, continuiamo , sempre più , a morire davanti a quei “bidoni della spazzatura “, che altro non sono che le nostre case, i nostri uffici, le nostre città, ove ci troviamo sempre più ad essere soli con noi stessi, mentre fuori continuano a girare quei topolini che tra l’immondizia sono intenti , della nostra vita, a rosicchiar contenti…

Nel cimitero, lontano da tutte quelle tombe stravaganti , in un angolo deserto, lungo un vecchio muro, continua a girare a tentoni l’angel di quel vecchierel scontento, tra le tombe, ancora lì, alla ricerca della sua.

( Un pensiero di Giovanni Prati )