
Un rapporto perfetto
tutto e niente
Adamo, la mela e la testa del serpente
Camminare, come un circense, sul filo
a volte è necessario trattenere anche il respiro
Senza chiedersi il perché
da che parte il mondo sia ,
se gira intorno a me
o ha preso un’altra via
Il cambiamento continuo
davanti all’incertezza della stabilità
non trovo più la mia identità
Alla base della solitudine
sta il mio apparire
nei tuoi occhi
sono potuto scomparire
Una figura nomade
attraversa il mio destino
mi sono perso in un attimo
ritrovato bambino
Le strade, i marciapiedi
delimitano le nostre vite,
prendere coscienza dell’inesistenza,
e delle vie infinite
Tra confine e frontiera
ci troveremo a camminare
qualcuno proverà a tagliere il filo
cercherà i nostri sogni di spezzare
Chiudi gli occhi
dammi la mano
proviamo insieme a saltare,
vada come vada
non ci pensare
(Giovanni Prati)
Copyright 2007 – da “ Aldebaran” Giovanni Prati
"Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo guardare le cose sempre da angolazioni diverse"
(Robin Williams in "L'attimo fuggente" di Peter Weir.)
“Tutta l'esperienza formativa di ciascun essere umano è costantemente attraversata e costellata da continue presenze dell'ALTRO.
Le relazioni interpersonali sono di fatto una "galleria di volti" che irrompono nel nostro spazio vitale e ai quali rispondiamo in forme differenti e a ciascuno, a suo modo, in forma singolare.
Entrare in relazione con l'altro innegabilmente vuol dire entrare in contatto con un'altra identità, cioè con qualcuno che è "diverso" da me. E attraverso questo gesto, oltre a sviluppare maggiore coscienza della mia identità, io posso diventare più ricco, dell'alterità riconosciuta.
Eppure a volte, a livello sociale (ed anche educativo) si cerca di annullare la "diversità" che ci rende tutti così meravigliosamente unici, si tende a lavorare più sul collettivo che sull'individuo, a creare universi omologati, comunità di simili dove il singolo si deve identificare con il gruppo e la pluralità dei soggetti non sempre viene rispettata. Così l'"alterità" e la "diversità" vengono attribuite non a ciascun individuo in quanto essere differente da un altro, ma solo ad alcuni che presentano "particolari caratteristiche" che li rendono dissimili rispetto all'omologazione del gruppo. Ed è proprio per questo che la presenza del cosiddetto "diverso" nella società come a scuola genera conflitti, mette in crisi il normale funzionamento dei sistema e condiziona in modo forte la formazione e la crescita dei singoli, tanto più se si tratta di bambini e/o adolescenti. “
(Comitato pace)
“Cosa vuol dire alterità?Vuol dire essere capace di capire l’altro in tutta la pienezza della sua dignità, dei suoi diritti e, soprattutto, della sua diversità. Quanto meno è presente l’alterità nelle relazioni interpersonali e sociali, quanto più frequenti sono, poi i conflitti tra gli uomini. La nostra tendenza, molto spesso, è quella di colonizzare l’altro, a partire dal principio che siamo noi che sappiamo cosa insegnare all’altro. L’altro è colui che non sa niente. Noi sappiamo meglio e più di lui. Tutta la struttura scolastica del Brasile, molto criticata da un grande teorico brasiliano della Scienza della Educazione, il professore Paulo Freire, parte proprio da questa concezione dell’insegnamento, ossia, colui che fa il professore, insegna e coloro che sono gli alunni, imparano. E’ evidente che noi sappiamo alcune cose e, le persone che non sono andate mai a scuola ne sapranno tante altre ed é grazie a questo scambio di conoscenze, complementari, che si costituisce il vivere sociale. Riportando le parole di un operaio durante un corso di educazione popolare: “So che come tutti, non so tante cose”. Nella società brasiliana, dove l’apartheid è ormai così ben strutturato, predomina la concezione che le persone addette ai lavori più duri, manuali, non sappiano niente, mentre noi, i laureati, siamo come gli angeli barocchi delle chiese di Bahia e di Minas Gerais (tutto testa e senza corpo) e quindi, non sappiamo cosa farne delle mani. Passiamo tanti anni a studiare e concludiamo con un dottorato in qualcosa, ma non sappiamo fare da mangiare, cucire, cambiare una presa di corrente elettrica o capire quale possa essere il difetto della nostra automobile… e ci consideriamo eruditi. E quel che è peggio ancora, non abbiamo equilibrio emozionale per saper convivere con le relazioni sociali di alterità. “
(Frei Betto)
“ Quante volte mi sono domandato…”
Il tempo passa, e con lui le stagioni, le persone invecchiano, il mondo cambia.
L’uomo, da quando è nato , sembra dai propri errori non aver mai imparato … Adamo , la mela e la testa del serpente … il suo egoismo non si è tolto dalla mente.
Oggi , come allora, corriamo sul filo, cerchiamo di vivere solo nel presente, il passato è passato, e il futuro è quasi sempre assente.
Vivere il presente,l’Altro, l’alterità, che altro non è che l’essere che sta dentro di noi, quello diverso da noi.
L’uomo, costretto a vivere della propria immagine, per non perdere la sua identità , alla base della solitudine sta il mio apparire…
Una figura nomade, che non sa più abitare i luoghi, perché questi sono diventati non - luoghi , la riproduzione della mente, nella ricerca di un piacere sempre più immediato.
L’attesa sembra essere il nemico da combattere. Almeno una volta ci si poteva anche annoiare!
Oggi, le strade, i marciapiedi, ci impongono uno spazio rigido che evidenziano una volontà di dividere , più che di unire.
Prendere coscienza delle cose, e accettarle per quello che sono, rendersi conto dell’inesistenza, della separazione da loro.
Uno spazio senza emozioni è uno spazio vuoto, uno spazio inesistente.
La realtà è un fatto puramente convenzionale, la verità si perde davanti all’assoluto, e serve solo fino a, quando serve.
Ciò che è importante, non è più la verità, ma la credibilità.
La televisione si è trasformata in verità, tutti ci credono e tutto intorno diventa realtà.
Ed eccomi qui, nel qui ed ora, ad affrontare la mia prova…, la più difficile : dover camminare sul filo della vita senza cadere.
E se mai dovessi cadere da che parte dovrò farlo ? Di qua o di là dal confine? E se mai non fosse un confine, quello che mi separa, ma solo una frontiera che mi unisce?
Allora, il problema sarebbe diverso, cadere, di qua o di là, sarebbe la stessa cosa.
Mi faccio coraggio… inizio a camminare sul filo, ogni passo è un cambiamento continuo, che parte dalla mia incertezza di stabilità.
Passo dopo passo, non trovo più la mia identità… lo spazio davanti a me si restringe, il tempo si fa più compresso e comincio ad avere paura, in un attimo ritorno ad essere quel bambino che ero.
Poi , quasi per magia , ritrovo la mia serenità.
Sento che qualcuno mi parla da dentro, è l’identità di quel bambino, quella che avevo soffocato, tenuta nascosta, dimenticato.
L’identità di quel bambino mi prende per mano, e mi ricorda che l’unico modo che ho di superare quell’ostacolo , che ai miei occhi appare insormontabile, è proprio quello di farlo ad occhi chiusi.
- Ho paura -, le dico ,- qualcuno proverà a tagliare il filo, cercherà i miei sogni di spezzare…-
- Non aver paura -, mi sussurra, - dammi la mano, proviamo insieme a saltare -
Quante volte mi sono domandato… se non avessi ritrovato la mia identità di bambino, da quale parte del filo sarei cascato?
Sta di fatto che quel filo l’ho superato già una volta , ma, lo dovrò superare ancora, e ancora tante altre volte nella mia vita.
Cercherò di farlo non più da solo, ma assieme a te, con un altro salto ad occhi chiusi , dandoti la mano in segno della mia amicizia… senza più chiedermi il perché, da che parte il mondo sia, se gira intorno a me, o ha preso un’altra via.
( Un pensiero di Giovanni Prati )

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