sabato 19 marzo 2011

Un passo ancora, ancora uno



Un passo lento
uno dopo l’altro, a fatica

Un passo lento ancora
uno ancora, ancora uno

Le mie gambe non possono più giocare
avevo visto quel barattolo
e mi sono messo a calciare

Prova ancora , un passo ancora
uno ancora, ancora uno

Le mie gambe non possono più saltare
avevo visto quel barattolo
maledetto quel momento in cui ho cominciato a giocare

Prova ancora , uno ancora, ancora uno

Le mie gambe non possono più saltare, giocare, correre e calciare
avevo visto quel barattolo,
maledetto quel barattolo,
e chi l’ha messo lì
per farmelo calciare

Sono senza gambe
e nessuno me le potrà più ridare

Ancora un passo , uno ancora, ancora uno

C’è qualcuno che mi vuole bene
e mi aiuta per farmi camminare

Un passo ancora, dai ci siamo
ancora uno, uno ancora

Piano , piano,comincio ad arrancare
sì , sto in piedi
ma non potrò mai più saltare
certo inizio piano , piano ad avanzare
ma non potrò mai più volare
maledetto quel barattolo che ho iniziato a calciare

Mi piacerebbe tanto un giorno incontrare
colui che l’ha ideato
colui che l’ha pagato
colui che l’ha gettato

Ancora un passo
uno ancora, gli direi
poi le gambe me le toglierei
le prenderei in mano e gliele donerei

Ancora un passo
uno ancora, gli direi
adesso corri tu
che vediamo come sei

(Giovanni Prati)
Copyright 2004 – da “Forse un giorno, non molto lontano… “Giovanni Prati


“ Io non sono altro che un compagno di viaggio, e spesso non so neanche dove stiamo andando “

Sartre

“ A questo proposito ci avviciniamo verso un tempo nel quale, nonostante la nostra società tenda a raggiungere un target medio molto alto dal quale tantissimi restano emarginati, ci sono persone che, pur vivendo ad un certo livello, non possono assolutamente esprimersi, non hanno spazio per farlo. E questi sono “piccoli”, non hanno voce. E non c’è la sensibilità di ascoltarli.
Si deve riflettere su questi “piccoli “ che non contano, brava gente che tira la carretta, che sostiene la nazione e che, con la sua buona volontà e col suo impegno, permette ai potenti e ai trasgressivi di dedicarsi al “culto” di se stessi”


Massimo Ariati e Ilaria Negrini da “Questo nostro tempo- i martedì



“In una notte di temporale, un lupo e una capretta si rifugiano in una capanna abbandonata alle pendici di una collina.
Il temporale infuria, la pioggia scroscia e nella capanna il buio è totale…”

Yuichi Kimura - in una notte di temporale –( parabola)

“Avevo visto morire troppa gente in cinque anni per non immaginarmi facilmente anche la morte di Elzèard Bouffier, tanto più che, quando si ha vent’anni, si considerano le persone di cinquanta come dei vecchi a cui resta soltanto da morire. Non era morto. Era anzi in ottima forma. Aveva cambiato mestiere. Gli erano rimaste solo quattro pecore ma , in cambio, possedeva un centinaio di alveari. Si era sbarazzato delle bestie che mettevano in pericolo i suoi alberi. Perché, mi disse ( e lo constatai), non s’era per nulla curato della guerra. Aveva continuato imperturbabilmente a piantare. Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e , poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta.
Misurava , in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione “ .

Jean Giono –da L’uomo che piantava gli alberi - Salani

“ per me non è un gran momento professionale , ho avuto una serie di delusioni
( fiducie, mal riposte!) ed ora faccio fatica a reinserirmi nel contesto … Chissà , forse è il momento di cambiare strada… “

Una deliziosa e carissima amica , che ricordo con affetto

Io non sono altro che un compagno di viaggio, diceva Sartre, se ci pensiamo bene molte sono le persone che tutti i giorni , in silenzio, con modestia e spirito di sacrificio si dedicano agli altri , prima che a loro stessi.
Ho grande ammirazione per loro, ed anche quel tanto di invidia che mi porta il più delle volte a tentare di imitarli, nel mio piccolo , per quello che so e posso fare.
La guerra è l’argomento di oggi . La guerra vista attraverso gli occhi di un bambino, che incurante del pericolo, continuava a giocare con gli amici .
Maledetto quel barattolo, continua a dire , tutte le volte che a fatica tenta di
r-imparare a camminare, non più con le sue gambe, ma con due protesi artificiali.
Questo ragazzo ha accanto a sé una persona, qualcuno che gli vuole bene , che lo stimola, gli ridà fiducia, gli incute speranza.
E’ il suo grande compagno di viaggio , che lo incita e lo scuote, un passo ancora, dai ci siamo, ancora uno, uno ancora.
La nostra società, avvolta da futili menzogne, non è capace neanche di vedere la realtà delle cose, ma è sempre pronta ad idolatrare falsi idoli, e stupidi eroi.
La brava gente , quelle persone ricordate da Ariati, continuano ad esserci anche quando tutto sembrerebbe perso, sono loro che tirando la carretta, continuano a portare un po’ di luce in questo nostro strano mondo.
Anche gli animali di fronte al pericolo , in una notte di temporale riescono a trovare rifugio insieme, superando le necessità di vita che li porta a dover essere una volta preda ed una volta cacciatore.
Di fronte alle avversità della vita sanno di essere tutti uguali.
Noi esseri “superiori “ sappiamo che non è così.
Vi sarà capitato , di ritornare in un luogo dopo tanto tempo, e di averlo poi trovato cambiato o non cambiato per nulla.
Pensate ad esempio alla vostra infanzia , ai luoghi in cui giocavate con gli amici , il più delle volte fino a tarda sera… maledetto quel barattolo, maledetto quel momento in cui ho cominciato a giocare ; il vostro ricordo del tempo passato… il loro ricordo di un passato che rimarrà sempre presente, ma che ognuno di loro vorrebbe poter dimenticare.
Ci sono poi altre “ guerre” che ognuno di noi si trova a dover combattere tutti i giorni, senza l’uso delle armi, reagendo il più delle volte ai proiettili delle parole, e alla fiducia mal riposta .
Cara amica, non mollare, non rinunciare ad ottenere ciò che desideri solo perché gli altri hanno minato la tua strada, ancora un passo, ancora uno ,ti direi, non mollare e fai vedere a te stessa ciò che sei.

Un pensiero di Giovanni Prati

venerdì 18 marzo 2011

La sedia vuota



La sedia è vuota
il piccolo sipario si apre
le maschere entrano in scena
tutte uguali

La recita ha inizio
e il silenzio irrompe
tutte maschere uguali
tutte in scena
senza voce

La sedia è vuota
piano, piano
una ad una
le maschere scoprono il loro volto
tutte uguali
per tanti volti diversi

La sedia è vuota
e le maschere si guardano
negli occhi
mai prima d’ora
e solo ora

La sedia è vuota
tutte maschere uguali
per tanti volti diversi
per un unico Arlecchino
che oramai non recita più

Una maschera
una sedia vuota
e quell’ Arlecchino
che amavo
che dentro di me
non sento più

(Giovanni Prati)

Copyright 2004 – da “Forse un giorno non molto lontano …” Giovanni Prati


“ Ne Il servitore di due padroni di Carlo Goldoni appare il gioco di Arlecchino che disperatamente cerca di servire due padroni per spegnere la sua fame universale. Sotto il gioco iridescente è sempre presente il mondo dei comici che recitano ogni sera con fatica il tema dei rapporti tra servi e padroni, tra chi può permettersi il gioco dei drammi d’amore e chi deve arrangiarsi come meglio può per arrivare al domani.”

di Paolo Bosisio


“La maschera impone un obbligo particolare non la si può toccare. Come la tocchi , calzata sul tuo viso, sparisce. La maschera appare contaminata, diventa un aggeggio ributtante. Il fatto di vedere le mani sopra la maschera è deleterio, insopportabile. Non te lo puoi permettere. Mentre parli, i gesti che compi appaiono amplificati. E’ il valore del corpo che determina il peso della maschera… Sotto , la mia faccia rimane impassibile, senza espressione, perché tutta l’espressione alla maschera la dà il corpo.”

Dario Fo da il Manuale Minimo dell’attore

Si dice che anche le maschere hanno una casa: qual è la vostra dimora?
Forse merita tenere conto che Arlecchino , nelle sue vesti goffe e balorde , è servo sulla scena come il più delle volte lo siamo tutti noi.
Sono sempre stato legato alla maschera di Arlecchino,forse perché è come tanti di noi uno zani o se preferite uno zanni o se preferite ancora un Giovanni o ancor più nel profondo un contadino.
E se questo contadino un bel giorno decidesse di lasciare la scena, a chi interesserebbe ?
Forse a nessuno “…tutte maschere uguali per tanti volti diversi…”
Si dice che ci sono tante maschere quanti sono i volti del sé .
Ognuno di noi ne porta sempre indosso almeno una, la porta di notte con sé nei sogni, al mattino quando si guarda allo specchio e stenta a riconoscersi, durante le ore del giorno, al lavoro e tra un caffé e l’altro. Non riesce a togliersela nemmeno quando si lava il viso. E’ la maschera di Arlecchino, … “ che oramai non recita più…”
quell’Arlecchino che ognuno di noi ha sempre amato e che oggi non sente più.

Un pensiero di Giovanni Prati