domenica 31 marzo 2013
Le dita nel naso
Le dita nel naso
E’ giunta l’ora,
ognuno al suo posto,
tutti a sedere
Una matita
spuntata
il temperino chiesto in prestito
i miei colori che conservavo gelosamente,
consumati, non coloravano più
Attento alla riga.
La somma non torna,
e quell’affluente del fiume
che sulla carta non trovavo più
La campanella,
la merenda,
qualche scherzo al più fesso della compagnia
che poi non ho rivisto più
Il bidello che entra dalla porta
come sempre imbufalito:
Via le dita dal naso!
Silenzio!
Tutti in piedi!
Che nessuno faccia un fiato!
Entra il preside
con
quell’aria austera
c’è sempre qualcuno che l’accompagna
chissà, forse, da solo fatica ad arrivare a sera
Entra anche il professore
che di noi è un grande amico
ogni tanto ci appunta un cinque
ma non se lo lega al dito
E’ la scuola.
Ci sono cose che col passar del tempo
solo lì, possono essere ritrovate,
quando ci passo accanto
mi fermo
ricordo
tutti i miei compagni,
e quel maestro
che per noi sembrava un dio
… altri
tempi
un astuccio vecchio
i calzoncini corti
quello strichetto sempre storto
e il mondo, che era tutto mio
(
Giovanni Prati)
Copyright 2004 – da “ Forse un
giorno, non molto lontano…” Giovanni
Prati
“… E adesso mi resta Battiston.
-Battiston, che sai?
Il vecchio Battiston, adesso, fa lo scontroso come i ragazzi, non vuol
rispondere, volta la testa dall’altra parte.
-Battiston, non fare i capricci, rispondi prima che il maestro si
svegli… Che cosa sai?
Che cos’è la patria?
-E’ la terra dove siamo nati,- risponde Battiston, sempre scontroso,
sempre con la testa dall’altra parte – dove sono nati i miei genitori, dove
sono nati i miei quattro figli…
-Bravo Battiston…
-… e io darei la vita per la patria, signor maestro; benché vecchio…
queste mani sono ancora buone…
Quella mano ch’io gli volevo prendere, come si fa coi bambini.
-Questa è storia, Battiston; alla domanda di storia hai risposto bene;
adesso passiamo alla geografia: quali città hai visto, oltre Roma?
-Trento, era bella, piena di bandiere e la gente che ci buttava fiori:
ci entrai nel ’18, ero volontario. Questa data la so, signor maestro, e senza
averla studiata. Mi dettero il posto di tranviere perché avevo fatto la guerra,
e adesso, perché non so quando è morto Cavour, me lo vogliono togliere?
-No, no, Battiston, sei promosso, e anche i tuoi compagni sono
promossi; e adesso andate, domattina tornate a prendere il certificato…
-ma il maestro commissario…
-Andate via prima che si risvegli, gli parlerò io, siete promossi.
Escono in punta di piedi, passano davanti alla cattedra, senza
respirare.
-Addio, Battiston.
-Signor maestro… - mi prende la mano, me la vorrebbe baciare, io vorrei
baciare la sua.
E finisce che lo mando via spingendo lungo il corridoio, fino alle
scale.
-Signor maestro…
-Andatevene, o sveglio il maestro commissario.
Scappano giù per le scale, pallidi, come ragazzini spaventati dal nome
dell’orco; in fondo alle scale Battiston si ferma, mi saluta ancora con la
mano.
-Signor maestro, spero che salirete una volta sul mio tram.
Poi non lo vedo più.
Torno in classe, il maestro commissario si è svegliato.
-caro collega,- gli faccio – non ho voluto disturbarvi, li ho
interrogati io, tutti promossi.
-Anche quel Battiston?
-Anche lui. Non ha risposto alle vostre domande perché era confuso, poi
ha ripreso animo e l’ho trovato coltissimo: sapeva, aveva visto cose che né io
né voi abbiamo mai visto…
Il maestro commissario mi guarda, fisso, ma io non abbasso gli occhi.
I ragazzi, ora, hanno finito quasi tutti il problema e lo consegnano,
felici di sapere finalmente il numero preciso delle mattonelle di quella
stanza, ridono, fanno cadere i calamai, dopo tutto quel silenzio di prima.
-caro collega, volete firmare i certificati?
Li firma, ma quello di Battiston per ultimo, contro voglia.
-Ah, se non avessi dormito…- pensa.
E anch’io faccio lo stesso pensiero, ma con un altr’animo, e ringrazio
Iddio per quel caldo, per quel sole che batteva sul muro troppo bianco della
casa di fronte, per quel chiarore che piano -
piano ha fatto chiudere gli occhi all’anziano maestro commissario e ha
salvato Lorenzo Battiston. “
Mosca – Ricordi di scuola- Rizzoli -
( un mio vecchio libro -1943)
Chi non si ricorda di quel maestro di vita, che ognuno di noi
porta affettuosamente con sé nel cuore.
La scuola con tutte le sue sfaccettature, le sue turbolenze di
gioventù, con la spasmodica voglia di sapere e non sapere, dei primi amori
rubati, dei tanti scherzi organizzati.
La scuola con tutte le sue regole, senza regole.
Ci saranno ancora uomini così? Maestri così?
Credo di sì, almeno finché ci saranno ancora bambini che continueranno
a mettersi “le dita nel naso”, ogni tanto ne incontro qualcuno… che
aspetta assieme a me Battiston, alla fermata del tram.
( Un pensiero di Giovanni Prati)
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